DINO CAMPANA, IL MANOSCRITTO DISPERSO E LA MEMORIA DISPERATA #dinocamapana #poesiaitaliana #genova #cantiorfici

manoscritto campana

Nel 1913, Dino Campana si presentò nella redazione della rivista letteraria “Lacerba”, a Firenze. Portava con sè l’unica copia manoscritta di una raccolta denominata “Il più lungo giorno”, la prima stesura del suo capolavoro “Canti Orfici”. Consegnò il libretto ai due animatori della rivista, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, figure di artisti e intellettuali tra le più influenti della prima metà del novecento italiano. I due non diedero molto peso al materiale che quel giovane poeta trasandato e disadattato consegnò loro e lo misero da parte, senza avergli dato nemmeno un’occhiata. Alcuni mesi dopo, il giovane marradese, spazientito dalla vana attesa di una risposta, ritornò a Firenze per chiedere conto del suo manoscritto, ma i due intellettuali non seppero dirgli dove fosse finito, cercando di scaricare l’uno sull’altro la responsabilità dello smarrimento. Dino, il cui equilibrio psichico era già precario,  diede in escandenze, minacciando di farsi giustizia col coltello. Ormai convinto dell’impossibilità di ritrovare il manoscritto, decise di riscriverlo, affidandosi alla memoria. L’opera venne pubblicata a proprie spese l’anno successivo, col titolo definitivo di “Canti Orfici”. Il manoscritto venne ritrovato solamente nel 1971, nella casa di Ardengo Soffici, a Poggio a Caiano.

Il travaglio mnemonico a cui dovette sottostare Campana per far riemergere la sua poesia è testimoniato in maniera esemplare nella parte centrale del poema “Genova”. Qui, il testo diviene un continuo inseguirsi di iterazioni, con variazioni minime, nella disperata ricerca della parola che fu:

Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione
di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,……
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra dei fanali
Che bianca e lieve e tremula salì:…..
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca………..
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì……

In sostanza, il misfatto del manoscritto disperso e la successiva ricostruzione sul filo di una memoria affannata e nebulosa, diedero alla poesia di Campana, già potentemente immaginifica ed evocativa, un alone di irreversibile incompiutezza, situandola a buon diritto nella piena temperie delle avanguardie storiche e consacrando l’autore come uno dei maggiori poeti italiani del novecento e, a mio parere, il più internazionale e innovatore tra essi.

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