STILE, FORMA E SOSTANZA #arte #costume #estetica

Nell’accezione comune, stile e forma sono considerati praticamente sinonimi. Una possibile differenza sta nei campi d’uso delle due parole: stile appare più appropriato in riferimento al modo di apparire o di compiere gesti o atti; forma appare più congeniale quando si parla di comportamenti ad alta convenzionalità (diplomatici, burocratici o semplicemente sociali). Stile, in pratica è qualcosa di più individuale, personale, mentre forma è qualcosa di legato alle convenzioni di una data comunità e/o di un dato periodo storico. Così, in arte si può dire che lo stile sia la personalizzazione della forma; ovvero, quel particolare tratto che denota il carattere tipico di ogni singolo artista, in grado di risaltare su di uno sfondo formale condizionato da eventi e convenzioni di una determinata temperie storica e culturale.
Piuttosto, differenze più marcate tra l’accezione comune e il senso artistico che viene dato ai due termini stanno nel rapporto in cui vengono posti con un termine spesso associato e finanche contrapposto ad essi: sostanza. Se nell’accezione comune stile e forma raramente vengono considerati in diretta relazione alla sostanza, in arte, stile e forma sono sempre stati considerati come manifestazioni della sostanza, rispettivamente come tratto peculiare dell’artista e come rapportarsi alla temperie storica e culturale da egli vissuta. Questo almeno fino a quando l’astrattismo (che paradossalmente doveva rappresentare l’apoteosi della coerenza nel rapporto tra stile-forma e sostanza) non ha aperto, facendo saltare del tutto i rapporti con la figuratività tradizionale, un buco nero dell’interpretazione, delegando alla sola testimonianza dell’artista le prove del vincolo tra stile-forma e sostanza. Questa evoluzione(?) dell’arte contemporanea si riflette nei comportamenti della società di massa, in cui lo stile ha fagocitato forma e sostanza e ha assunto un’esistenza autonoma e totalizzante, spesso in aperta e insanabile contraddizione con ciò che si vuole rappresentare.

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LA PSICOLOGIA FEMMINILE #società #sociologia #paritàdigenere

La psicologia femminile è un animale mitologico, un totem che non può essere rovesciato. E’ soprattutto il principale baluardo nella sacrosanta difesa della parità di genere contro gli assalti indiscriminati dei residui rigurgiti di sottocultura maschilista. La si considera come una componente innata delle donne di ogni età storica e preistorica, lo sguardo altro sulle cose del mondo colpevolmente relegato alla più totale subalternità dal susseguirsi delle società di stampo maschilista; uno sguardo altro che ora attende fremente la sua definitiva e fatale epifania, capace di portarlo dalla subalternità alla centralità assoluta. Paradossalmente, in quanto psicologia, essa non è altro che la risultante di plurimillenarie stratificazioni depositatesi in millenni di culture e civiltà a forte connotazione maschilista.

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GASTROSCOPIA #poesia #creazione #essere

Che il brulichio estenuante
sia una peristalsi ingovernabile
dell’essere o il brodo primordiale
della creazione, la contemplazione
di un abisso irrimediabile o il gusto
inappagato di una sconfinata accidia,
sta tutto qui ciò che fa la differenza
tra la contabilità agghiacciante
di chi si rappresenta e il masochismo
ingenuo di chi da testimonianza.

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CAGLIARI CAPITALE #Kasteddu #Sardegna #storia

Cagliari è nata con la vocazione di capitale e, come ogni buona capitale, il suo spirito è permeato di accondiscendenza verso l’arbitrio e di predisposizione al servilismo. Si aggiunga che Cagliari è stata sempre capitale dei dominatori, dei colonizzatori; nel nome stesso in lingua sarda, Kasteddu-Castello, sta tutta la vocazione della città: capitale di una storia misera, imposta dagli usurpatori. Una storia di tradimenti, di primogeniture barattate per un piatto di lenticchie, di mediocrissima burocrazia: ogni anelito di autonomia è stato fatto precipitare dalle rupi di Castello, abitate dal dominatore, ma anche tradito dalle delazioni consumatesi nelle viuzze dei borghi autoctoni di Stampace, Marina e Villanova. E si aggiunga, per completare il quadro, l’indolenza tipica dei climi temperati, dominati da frequenti vampate di calore e tenaci bolle di umidità, da tempeste di scirocco e maestrale e brezze di mare che si gonfiano come bufere….come la boria degli abitanti di una capitale della più provinciale periferia dell’impero, che pensano di riscattare questo profondo provincialismo correndo dietro alle mode; e quanto più effimere sono le mode tanto più si radicano nei costumi dei cagliaritani, ben oltre la durata delle mode stesse.

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L’IMITAZIONE DI CRISTO #religione #dio #cristianesimo

L’imitazione di Cristo è un’arma a doppio taglio; o meglio, a quadruplo, dato che essa ha una doppia valenza dalla prospettiva del potere (della chiesa, dunque) e una doppia valenza dal punto di vista dei fedeli. Grazie ad essa, la chiesa ha sempre potuto stabilire, a seconda delle convenienze, quando l’imitazione di Cristo fosse il sentiero verso la beatificazione e quando verso la peggiore delle eresie: la Hybris, dato che l’imitazione di Cristo è anche imitazione di dio. Così, dal punto di vista dei fedeli, se da una parte ha sempre rappresentato un percorso di autodisciplina, dall’altra, essendo l’esempio così fuori dalla portata degli uomini, ha sempre invitato i fedeli a un atteggiamento di indulgenza verso i propri peccati.

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IL COMMERCIALE NELL’ARTE #arte #mercato #estetica

Il rapporto tra arte e mercato è un tema centrale nella discussione estetica, sin da quando, a seguito della rivoluzione industriale, l’ascesa della borghesia ha portato al declino delle tradizionali committenze laiche e religiose senza per altro sostituirsi adeguatamente ad esse. L’artista si è dovuto così misurare direttamente col pubblico e conseguentemente ha iniziato a dover tenere in conto della commerciabilità della sua arte. Si è così creato un vulnus tra la volontà artistica e la necessità dello stare al mondo, un vulnus che trova la sua sintesi più esemplare nel senso eminentemente spregiativo che si da al termine commerciale in relazione all’arte. Il commerciale nell’arte, difatti, è perlopiù visto come l’eccesso di accondiscendenza nei confronti di un gusto massificato, il più diffuso possibile; ciò porta al ricorso agli stereotipi, ai cliché, a tutto ciò che rende evanescente l’autenticità e l’urgenza dell’arte. Ma, d’altronde, come far fronte alla necessità materiale e morale dell’artista di trovare un pubblico, senza dover rinunciare alla propria peculiare autenticità? Questo nodo, forse, potrebbe essere sciolto se si facesse una distinzione tra i termini commerciale e commerciabile, in relazione all’arte. Se il commerciale tende a disinnescare l’autentico artistico attraverso il ricorso a modi stereotipati e consolatori in grado di attrarre il pubblico in maniera acritica, il commerciabile è il territorio dove l’autentico artistico cerca le vie per soddisfare la sua volontà di stare al mondo.

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