HOTEL CARITAS #accoglienza #migranti #razzismo

Ho iniziato a frequentare la mensa della Caritas di Cagliari esattamente il 16 luglio del 2015. Per i primi due mesi avevo ancora di che pagarmi una camera e mi recavo alla mensa solo per il pranzo, arrangiandomi a casa per colazione e cena. Poi, dal 16 settembre 2015, ho iniziato a dormire in macchina e questa situazione è andata avanti, nella totale indifferenza delle istituzioni, nonostante le segnalazioni, fino al 16 gennaio di quest’anno, quando ho potuto ripermettermi una camera. La frequentazione della mensa è stata un osservatorio privilegiato per comprendere ciò che si nasconde dietro la retorica dell’accoglienza. Ad ogni sbarco di migranti nel porto di Cagliari, almeno fino all’argine provvidenziale del decreto Minniti, sulla mensa venivano scaricati centinaia e centinaia di migranti, spesso provenienti da zone rurali dell’Africa e totalmente inabituati alle più elementari regole della convivenza civile, nella pressoché assoluta assenza dei responsabili dell’accoglienza. Ricordo con terrore l’agosto del 2015, quando alla mensa (con una capienza di circa 80 utenti per turno) si passò di colpo dai consueti 150-200 utenti, in larga maggioranza africani e bengalesi domiciliati a Cagliari, ai 700-800, a causa dello sbarco di una nave con quasi un migliaio di migranti provenienti dal Corno D’Africa; una situazione estremamente critica che andò avanti per tre settimane, con ovvi inenarrabili disagi per i consueti frequentatori della mensa, i quali, avendo la necessità di frequentarla, erano di per sé disagiati.
Una situazione che si è ripetuta ciclicamente fino al già citato decreto Minniti; solo a seguito delle proteste e della tensione crescente, spesso sfociata in risse anche particolarmente violente tra gli stessi migranti che hanno richiesto numerose volte l’intervento delle Forze dell’ordine, il responsabile della Caritas, che ad ogni sbarco contabilizzava i migranti e li scaricava sulla mensa, ha progressivamente ridotto la pressione sulla struttura, organizzandosi in altro modo. Personalmente, ho subito decine di volte tentativi di aggressione fisica da parte di migranti africani, spesso minorenni, solo perché pretendevo che rispettassero la fila. Ho visto con i miei occhi gruppi di migranti letteralmente incastrati nella porta della mensa per non sapersi nemmeno dare un ordine d’entrata, con gli utenti abituali e gli operatori addetti all’ingresso (servizio assegnato agli ospiti del dormitorio della Caritas che sta sopra alla mensa) costretti a ritirarsi per non essere schiacciati dalla marea umana. Responsabili dell’accoglienza e mediatori culturali si son visti solo per brevi periodi ed esclusivamente per accompagnare i minori. Inutile dirvi dello stato in cui versavano i servizi igienici della mensa nei periodi degli sbarchi. Le risse, causate sempre dall’indisciplina dei giovani migranti, non hanno risparmiato neanche il servizio docce che si svolge tre mattine alla settimana e al quale il responsabile della Caritas indirizza spesso i giovani migranti, senza curarsi di verificare le reali possibilità dei responsabili del servizio di garantire l’acqua calda per tutti gli utenti. Questa, in sintesi, è l’accoglienza tanto sbandierata: disagio scaricato sul disagio, istigazione al razzismo e alla guerra tra poveri. Sempre che non si voglia dar credito ai progetti di integrazione che riguardano una percentuale infinitesimale dei migranti arrivati e rimasti in Italia negli ultimi anni.

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IL TRUCCO E’ L’ANIMA #teatro #scena #letteratura

Angelo Maria Ripellino, impareggiabile cantore e divulgatore della letteratura e della scena teatrale slava del ventesimo secolo, nel 1965 licenziò il suo romanzo-saggio sui maestri della rivoluzione teatrale russa del primo novecento con il titolo Il trucco e l’anima. In questo modo, Ripellino intendeva sottolineare la caratteristica di quel fondamentale frangente culturale di procedere ad una meticolosa ricerca sia sul piano delle tecniche puramente rappresentative (appunto, il trucco: atletica espressiva, mimica, vocalità ecc.), sia sul piano dell’introspezione e della ricerca interiore (l’anima: il come-sé di Stanislavskij e il viaggio alla sorgente degli impulsi della biomeccanica di Mejerchol’d, per esempio).
Senza aver minimamente l’intenzione di sminuire il lavoro imprescindibile del grande poeta e intellettuale italiano (e tantomeno quello dei giganti della regia d’avanguardia russa), io credo che, in fin dei conti, il vero trucco sia l’anima, perché solo questa, in un’accezione del termine che metta da parte l’idealizzazione edulcorante del cristianesimo e ritorni al concetto di psiche, nel suo sviluppo dalle origini greche alla psicanalisi contemporanea, quindi intesa come innata peculiarità individuale nutrita dal vissuto ambientale, esperienziale e culturale personale; solo l’anima, dicevo, intesa in quest’accezione, può dilatare il visibile fino a farlo divenire visione e dal detto, il non detto e l’indicibile originare il vortice dell’evocazione.

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EDUCAZIONE SENTIMENTALE #Poesia #eros #memoria

Ed è l’amore ora, cinquantenne,
che mi fa drizzare il sesso
come nient’altro, neanche fossi
ancora l’undicenne che muoveva
i primi passi dell’ossesso
a Cala Sinzias, quando,
passato ferragosto, la lunga
lingua bianca della spiaggia,
abbandonata dalle famiglie
in ferie, accoglieva le naturiste
nordiche dalle boscaglie folte;
o quando, nei vespasiani improvvisati
nella macchia di lentischio, provavo
turbamento estatico sfogliando
gli espliciti fumetti che i più grandi
alla condivisione abbandonavano.

Forse già allora ero predisposto
ad essere metodico e ostinato
nella pratica del vizio.

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MITO E POTERE #politica #religione #progresso

I miti di Osiride, Prometeo e Cristo rivelano un’identica idea che sta alla base della civiltà che si fonda su questi stessi miti: l’idea del potere esercitato in funzione pressoché esclusiva per la conservazione del potere stesso. Nel mito di Caino e Abele è quest’ultimo, il pastore, il conservativo, a soccombere, ma Caino, l’agricoltore, il progressivo, il fondatore di civiltà, subisce comunque la condanna alla maledizione errante. Osiride, anch’egli fautore della rivoluzione agricola, suscita l’invidia del fratello Seth che lo fa annegare nel Nilo, per poi smembrarne il cadavere e spargerne i brani sulla terra. Prometeo, che attraverso il dono del fuoco genera la rivoluzione tecnologica, viene punito da Zeus al supplizio ben noto proprio per questo suo atto di generosità rivoluzionaria. Cristo, dal canto suo, paga con la crocefissione la rivelazione di una dimensione interiore, psicologica, capace di rovesciare l’ordine costituito del potere, opponendo alla competizione sregolata la solidarietà tra gli uomini.
Il potere, nel momento stesso in cui ufficializza il mito, si appropria dell’eredità dei rivoluzionari da esso osteggiati, con l’avvertimento minaccioso che qualsiasi insubordinazione non può essere tollerata. Più che l’insegnamento etico del sacrificio necessario al raggiungimento dell’obiettivo, in definitiva, questi particolari miti adeguano la mentalità dominante al gattopardiano “cambiare tutto per non cambiare nulla” ed in ciò, a mio avviso, sta la causa del rapporto compulsivo e squilibrato che l’umanità ha sempre avuto con i veri motori del progresso.

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SCRITTURA CREATIVA #letteratura #narrativa #racconto

Un corso di scrittura creativa? Possibile? Ma per fare della scrittura creativa, ci vuole uno scrittore creativo, cioè un artista della lingua originale, fantasioso, penetrante: in breve, un genio della letteratura. Ebbene, voi vi reputate in grado di formare dei geni della letteratura? Non uno, dico, ma un’intera batteria! Ma perché non vi limitate a chiamarlo semplicemente Corso di scrittura, o di narrativa, o di fiction letteraria, perché l’unica cosa che siete in grado di fare è di insegnare dei modelli di composizione letteraria, degli standard di scrittura. Lo scrittore creativo, cari miei, è colui che va oltre lo standard; piuttosto che seguirlo, lo inventa.

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ARTE IN APPALTO #arte #cultura #società

Arte data in appalto
alle celebrazioni civili
nel migliore dei mondi possibili,
alle giornate mondiali
nell’horror vacui dei calendari,
alla memoria stitica
con presunzione didattica,
ai rampolli annoiati
della migliore diplomazia internazionale,
alla divulgazione della scienza,
alla prevenzione sanitaria,
all’integrazione,
alla terapia sociale,
agli arredatori delle coscienze,
alla speculazione umanitaria,
alla conservazione del sistema
dei rivoluzionari da salotto,
alle provocazioni marchettare
degli ideologi da aperitivo,
ai succhiatori professionisti
delle mammelle delle istituzioni.

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IL VIAGGIO DELL’ELEFANTE #JoséSaramago #letteratura #romanzo

Invitato a un incontro con gli studenti dell’Università di Salisburgo dalla locale lettrice di portoghese Gilda Lopes Encarnaçao, Josè Saramago venne portato da lei in un ristorante della città mozartiana chiamato (ovviamente in tedesco) L’elefante. Qui, l’ormai ultraottuagenario scrittore portoghese fu attratto da una serie di raffigurazioni alle pareti, aventi come principale protagonista un elefante. In particolare, l’attenzione di Saramago venne catalizzata dalla prima di tali raffigurazioni, nella quale era ben riconoscibile un monumento decisamente familiare agli occhi del grande scrittore: la Torre di Belem. Naturalmente, Saramago chiese delucidazioni alla sua commensale riguardo alla vicenda narrata e la lettrice gli disse che trattavasi della descrizione del viaggio di una carovana di varia umanità (e varia animalità!), partita da Lisbona nell’agosto del 1551, con lo scopo di portare a Vienna un elefante indiano, dono del Re portoghese Joao III all’Arciduca e futuro Imperatore d’Austria (nonché genero di Carlo V) Massimiliano II d’Asburgo, al tempo reggente di Spagna e di stanza a Valladolid. Il vincitore del Nobel del 1998 (ça va sans dire!) colse al volo la portata letteraria di quel bizzarro episodio di cui era venuto così casualmente a conoscenza e di lì a qualche tempo venne alla luce il romanzo breve Il viaggio dell’elefante, una delle ultime e più riuscite opere di Saramago.
Il particolare stile narrativo del portoghese, come un flusso di coscienza corale che procede quasi senza soluzione di continuità con leggerezza e ironia, trova nella curiosa vicenda del pachiderma Salomone (poi ribattezzato Solimano) e del suo conducente (cornac) Suhbro (a sua volta ribattezzato Fritz) il terreno più idoneo per rivelarsi in tutta la sua genialità. L’indolente mastodonte e il suo esotico conducente diventano l’allegoria di una natura ai cui modi e tempi la varia umanità della carovana, con tutta la sua piramidale gerarchia, dall’ultimo dei facchini fino alla coppia arciducale, deve necessariamente adeguarsi. La prorompente presenza scenica di Salomone, del tutto inedita agli occhi degli europei di quei tempi, sospesi tra rivoluzione luterana e reazione controriformista, alimenta una propensione alla speculazione miracolistica e superstiziosa, con conseguentemente inevitabile speculazione commerciale. Lo sguardo distaccato e trasversale dell’autore, dalla sua cabina di regia atemporale, accompagna il lettore con ironica leggerezza e profondità di interpretazione in una serena e onnicomprensiva riflessione sulla condizione umana, arricchendo con citazioni e paragoni storici sempre pertinenti (immancabile quello con la traversata alpina di Annibale) la già di per sé accattivante trama dell’evento storico.

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