DANIEL AUBER #musica #opera #teatro

daniel auberLa storia dell’arte, è noto, è costellata di successi e insuccessi tra i contemporanei rovesciati dal giudizio postumo. L’Opera non fa di certo eccezione; al contrario, il suo essere in così stretta relazione con il pubblico, ha esposto sovente gli operisti a fiaschi convertiti in successi postumi e, viceversa, fortune immediate seguite dall’oblio del tempo, non sempre galantuomo. Ciò riguarda sia singole Opere di autori che hanno più o meno resistito all’inesorabile scorrere del tempo, sia l’intero repertorio di determinati operisti. In questo secondo caso, uno degli esempi più eclatanti della storia dell’Opera è senza dubbio quello di Daniel Francois Esprit Auber, operista tra i più prolifici e fortunati dell’ottocento francese, acclamato per buona parte del secolo come un campione dell’Opera comique, ma capace anche di ottenere alcuni grandi successi nel Grand Opera, tanto da esserne considerato tra i padri nobili al pari di Rossini e Meyerbeer, per poi scivolare velocemente, già dagli ultimi decenni del secolo e per tutto il novecento, nel limbo della dimenticanza.

L’apprendistato di Auber non fu affatto regolare. Nato a Caen nel 1782, gli venne concesso di dedicarsi alla sua passione per la musica, solo a patto che ciò non contrastasse con il suo doveroso contributo all’attività paterna di commerciante di stampe. Nonostante fosse di fatto un musicista a mezzo servizio, il giovane normanno si fece apprezzare negli ambienti parigini per alcune composizioni strumentali, ma i primi tentativi operistici non ebbero riscontri positivi. Intanto, conscio della sua lacunosa formazione, si affidò alle cure di Luigi Cherubini, divenendone presto il pupillo. Sul finire degli anni dieci iniziarono i primi incoraggianti esiti teatrali, ma fu nel 1822, grazie all’incontro con lo scrittore Eugene Scribe col quale costituì un sodalizio per quarant’anni, che la carriera operistica di Auber raggiunse un orizzonte ben più luminoso.

La premiata ditta Auber-Scribe produsse a getto continuo per quattro decenni, quasi sempre nel tripudio dei teatri. Opera-comique soprattutto, ma prendendosi il lusso di inaugurare la stagione del Grand Opera con La muta di Portici (o Masaniello) del 1828 che divenne ben presto conosciuta in tutta Europa; in particolare, il duetto Amour sacré de la Patrie si trasformò in una Marsigliese rinnovata e in Belgio le rappresentazioni dell’Opera avvenute a Bruxelles nell’agosto del 1830 contribuirono non poco a portare ad ebollizione l’animo indipendentista belga e l’Amour sacré accompagnò il popolo nella vittoriosa lotta di liberazione contro l’occupazione olandese. Dei circa 35 lavori per il teatro composti dai due autori (in alcune circostanze, in collaborazione con altri musicisti e librettisti) solo pochi titoli hanno resistito alle inondazioni del fiume Lete. Oltre a La muette de Portici, soltanto Frà Diavolo (1830), Le domino noir (1837) e Manon Lescaut (1856) continuano ad avere qualche briciola di notorietà, anche se le riprese integrali di queste Opere dal dopoguerra ad oggi si contano sulle dita di poche mani.

Più comune che i brani più celebri vengano inseriti in Recital di cantanti lirici. Certo, Auber-Scribe non hanno retto dal punto di vista puramente teatrale il confronto col tempo; le trame vengono ridotte spesso a pretesti: è il caso di personaggi come Manon Lescaut e Grieux dell’Abbè Prevost (che tanta fortuna ebbero sul finire del secolo con Massenet e Puccini) o della figura storica di Michele Pezza, soprannomiato Frà Diavolo, sospesa tra brigantaggio e patriottismo nel basso Lazio del periodo napoleonico, dei quali viene annientata la forza drammatica per costringerli nei canoni intrattenitivi dell’Opera-comique. Ma quello che non manca nella premiata ditta dell’Opera francese è la verve creativa, capace di regalare numerosi momenti di purissima qualità melodica e poetica. Insomma, non ci si può di certo aspettare che le loro Opere entrino con frequenza nei repertori dei maggiori teatri, ma che aumentino le occasioni di ascolto, se non dei lavori integrali, almeno dei brani più riusciti, mi pare cosa buona e giusta.

Daniel Auber morì alle soglie dei novant’anni a Parigi nel 1871, amareggiato dalla disfatta nelle guerra contro la Prussia e spaventato dai rivolgimenti che portarono alla Comune di Parigi. La fortuna gli sopravvisse per poco e già sul finire del secolo, i lavori di Auber e Scribe che in diversi casi avevano avuto centinaia di rappresentazioni nel periodo di attività dei due, iniziarono a comparire sempre più raramente nei repertori dei Teatri d’Opera. Eppure, Donizetti riprese il suo capolavoro L’elisir d’amore da Le Philtre, scritto da Scribe per Auber, così come Un ballo in maschera di Verdi, tratto da Gustave III ou Le bal masquè, Opera presentata dalla premiata ditta nel 1833; Wagner modellò il suo Rienzi su La muta di Portici; Tchaikovsky, addirittura, ebbe una vera e propria ossessione per l’inventiva melodica di Auber. Nè mancarono i riconoscimenti ufficiali: direttore del conservatorio di Parigi, Commendatore della Legion d’Onore, un seggio da giurato nel prestigioso Prix de Rome, Maestro di Cappella di Napoleone III. Ma niente scongiurò l’oblio di un padre nobile dell’ottocento operistico francese, dell’Opera-comique come del Grand Opera.

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