LE INCURSIONI ARABE IN SARDEGNA #giudicati #medioevo #saraceni

arabiDopo aver conquistato il Nord-Africa tra la metà del VII e l’inizio dell’VIII secolo, gli arabi, contemporaneamente alle mire espansionistiche sulla penisola Iberica, iniziarono a guardare con crescente interesse alla Sardegna, la quale, congiuntamente alla Corsica, rappresentava una formidabile testa di ponte naturale per successivi tentativi di conquista dell’Italia centrosettentrionale e della Francia meridionale. In assenza di fonti dirette, per una cronologia attendibile delle incursioni che dall’VIII all’XI secolo interessarono l’isola, bisogna affidarsi alle ricostruzioni fatte da storici arabi successivi, in particolare da Ibn al Athir, vissuto tra il XII e il XIII secolo. Siffatte fonti mostrano, dunque, una duplice problematica: la distanza temporale dei resoconti dallo storico verificarsi dei fatti e il loro provenire quasi esclusivo da un’unica parte in causa nelle vicende, quella araba. Ad ogni buon conto, già dall’alba dell’VIII secolo, stando alle testimonianze, si verificarono incursioni più che altro volte, almeno nel primo periodo, a fare bottino di beni e di schiavi e a saggiare e fiaccare la resistenza della Sardegna, allora sotto il dominio bizantino. Le numerose incursioni della prima metà dell’VIII secolo dovettero essere alquanto ficcanti, se il re longobardo Liutprando dovette inviare a Caralis un messo per riscattare le spoglie di Sant’Agostino e metterle al sicuro a Pavia, nell’antica basilica di San Pietro in Ciel d’Oro.

Un salto di qualità avvenne nel 753, quando gli arabi non si limitarono alla razzia terroristica, ma verosimilmente crearono avamposti litoranei e sottoposero almeno una parte del territorio  al pagamento della Gizyah, il tributo dovuto dai non convertiti dei territori occupati dagli arabi per continuare a professare la propria fede. Probabilmente, questo regime durò per alcuni decenni, a giudicare dall’assenza di altre testimonianze di incursioni fino all’inizio del IX secolo. Nel 760, l’Imperatore bizantino Costantino V allestì una flotta con il compito specifico di contrastare il dilagare degli arabi nel Tirreno, ma non ci è dato sapere se e come l’iniziativa imperiale influì sulla relativa tranquillità degli ultimi decenni del secolo e se liberò i sardi dal tributo a cui erano stati sottoposti dagli arabi. Nei primi anni del IX secolo furono gli arabi della Spagna a tentare a più riprese incursioni nell’isola, ma vennero respinti con successo, stando alle ricostruzioni dello storico danese del XII secolo Saxo Grammaticus, celebre per aver composto le Gesta Danorum, da cui Shakespeare trasse il soggetto dell’Amleto. Ad ogni modo, la situazione dell’isola doveva essere comunque preoccupante: infatti, come riportato dagli Annali dello storico franco Eginardo, contemporaneo ai fatti, un’ambasciata di sardi (legati sardorum de Carali civitate) nell’815 si recò alla corte di Ludovico il Pio per chiedere aiuto contro il pericolo musulmano. Evidentemente, l’intervento dei franchi non fu tempestivo, se appena un anno dopo Cagliari venne saccheggiata, anche se la flotta araba venne successivamente dispersa da una tempesta. Testimoniato anche dal passaggio in Sardegna nell’829 del conte Bonifacio, responsabile carolingio della difesa del Tirreno, l’asse con l’Impero dovette dare comunque i suoi frutti, visto che per oltre un secolo non si ebbero incursioni importanti; e questo nonostante la conquista della Sicilia da parte degli arabi, avviata con lo sbarco a Mazara dell’827, avesse definitivamente interrotto i contatti tra la Sardegna e Bisanzio, favorendo quel percorso autonomistico che nel volgere di qualche decennio avrebbe portato alla nascita dei Giudicati.

Per tutto il X secolo si ha notizia di un solo grave episodio, avvenuto tra il 934 e il 935: un’incursione proveniente dall’Africa, dopo aver saccheggiato le coste sarde, si diresse verso la Liguria e saccheggiò la stessa Genova. Al ritorno, gli arabi distrussero una flotta bizantina, inviata su richiesta del re d’Italia Ugo di Provenza. Il trattato di pace stipulato tra l’Impero bizantino e gli Omayyadi di Spagna nel 947 riportò nel Tirreno una temporanea tranquillità fino alla fine del secolo. Ma all’inizio del nuovo millennio i sardi dovettero affrontare il più formidabile tentativo di invasione da parte del principe (wali) di Denia e delle Baleari Mujahid, noto in Italia come Muset(t)o o Muscet(t)o. Costui, schiavo affrancato di origine slava, grazie alle sue straordinarie doti intellettuali e militari, intraprese un’importante carriera politica. Nel 1015 pianificò un’invasione della Sardegna con l’intento di stabilire dei presidii  per poter attaccare successivamente le coste toscane. La spedizione di Mujahid colse i sardi alla sprovvista e la resistenza improvvisata (probabilmente dal Giudice di Torres, chiamato Malut dagli arabi) non riuscì ad impedire l’occupazione del litorale; stando alle testimonianze arabe, lo stesso Giudice trovò la morte nella battaglia.

Una volta stabilitosi nella costa settentrionale dell’isola, il principe arabo mosse alla volta delle coste del Tirreno settentrionale, distrusse l’antica città di Luni e, approfittando dell’assenza di buona parte della flotta pisana, impegnata in Calabria contro la pirateria saracena, saccheggiò un quartiere di Pisa, per poi fare ritorno alle basi sarde. I pisani reagirono tempestivamente e, dopo essere sbarcati nella zona di Posada, strinsero alleanza coi sardi e prepararono la controffensiva. Contemporaneamente, Papa Benedetto VIII, segnato dalla distruzione di Luni, si adoperò per coinvolgere anche i genovesi nell’operazione, dando vita a una sorta di prova generale delle future Crociate. Sardi, pisani e genovesi riuscirono in breve tempo a scacciare gli arabi dall’isola, ma l’indomito Mujahid riuscì a riassemblare la sua flotta e ritentò l’incursione, prima in Sardegna e poi direttamente su Pisa, ma in entrambi i casi venne sonoramente sconfitto. Non pago, ritiratosi con i fedelissimi sulle coste laziali, intraprese fulminee azioni di pirateria, prima di essere scacciato definitivamente dal Tirreno. A quel punto, ceduti i diritti sulle Baleari, si stabilì a Bona (Ippona), da dove continuò le sue azioni di pirateria, fino a quando nel 1035 (o 1044) una flotta sardo-pisana distrusse tutte le sue navi e occupò la città. Secondo la tradizione, Mujahid, ormai molto anziano, venne ucciso da un soldato sardo e la sua testa fu issata sulla nave ammiraglia della flotta giudicale, per poi essere gettata in mare aperto. Dopo la morte di Mujahid e fino all’avvento dei pirati barbareschi nel XV secolo, le aggressioni arabe alle coste sarde si limitarono a sporadiche azioni di pirateria, il più delle volte respinte. Probabilmente, fu in seguito al tentativo di Mujahid che le capitali giudicali vennero spostate in zone più facilmente difendibili: da Torres ad Ardara, da Tharros a Oristano e da Cagliari a Santa Igia.

Al di là delle testimonianze perlopiù indirette degli storici, i riscontri materiali della presenza degli arabi in Sardegna, per quanto scarni, potrebbero giustificare temporanee occupazioni del litorale sardo. In primo luogo, le strutture in muratura rinvenute in territorio di Quartucciu, riportabili, secondo il medievalista Alberto Boscolo, a un bagno di tipologia araba. Taluni hanno ravvisato motivi arabeggianti in alcune chiese romaniche, ma ciò può essere dovuto all’impiego accertato di maestranze arabo-ispaniche nella loro costruzione. Più importanti testimonianze derivano dal rinvenimento di quattro frammenti epigrafici, due dei quali provenienti da Assemini (città del cagliaritano che offre suggestioni etimologiche arabe), uno da Cagliari e uno da Olbia, databili tra il X e il XIII secolo. Accanto a questi frammenti, sono stati rinvenuti, sempre in località costiere, sigilli e monete arabe, con datazioni che arrivano anche all’VIII secolo. Difficile stabilire quanto questi reperti possano essere giustificati dall’occupazione araba o da normali scambi commerciali. Sul piano toponomastico, a un’occupazione araba possono essere riportati alcuni nomi di località sarde: non sfugge la somiglianza di Alghero ad Algeri, mentre Assemini potrebbe derivare dal termine arabo Atthaman, indicante la distanza di otto miglia da Cagliari, anche se si propende per un’origine dal latino Arx Muni (città fortificata), come attestato dalla carta della Sardegna, realizzata dal geografo fiammingo  Mercatore nel 1589. Di sicuro, le scorrerie arabe favorirono dapprima lo sviluppo autonomistico del governo dell’isola, affacciatasi nel nuovo millennio nella compiuta quadipartizione giudicale; in seguito, la necessaria alleanza con le due Repubbliche Marinare, aprì la Sardegna alle loro ingerenze, finendo per minare la stessa autonomia.

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5 risposte a LE INCURSIONI ARABE IN SARDEGNA #giudicati #medioevo #saraceni

  1. Serenella ha detto:

    E che dire di Arbatax (“quattordici” in arabo si pronuncia arba at ashar)? E’ vero che l’ultima incursione di pirati sulle coste della Sardegna è stata registrata del XIX secolo?

  2. Stefano ha detto:

    Vorrei ricordare che alcuni toponomi del meridione della Sardegna ricordano queste azioni di saccheggio e rapimenti: la spiaggia di Is Morus presso Pula, quella di Kal’e moru lungo il litorale quartese. A mio padre, quando era bambino, venne raccontato che in un edificio in località Piscina Nuixedda, alcuni mori vennero ivi condotti e giustiziati

  3. mauro ha detto:

    a quartu vi è amcora che i quasrtesi vecchi nominano SA RUGA DE IS MORUS (LA VIA DEI MORI) OGGI PURTROPPO RIBATEZZATA VIA MORI

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