GIU’ LA TESTA #sergioleone #cinema #western

giù la testaCon C’era una volta il west, uscito nel 1968, Sergio Leone aveva pensato di aver già detto tutto sul western. Nella testa gli frullava l’idea di un film su quell’epopea che aveva preso il testimone, in senso propriamente storico, dalla frontiera americana, esaltandone e radicalizzandone gli aspetti più cupi nel gangster movie. Un’idea che sarebbe stata realizzata definitivamente solo nel 1984 con quel capolavoro che risponde al titolo (tanto per chiarire la discendenza dal genere affrontato precedentemente con maestria) di C’era una volta in America. Quel copione rimasto nel cassetto, dal titolo provvisorio di (aridaje) C’era una volta la rivoluzione, lo voleva affidare a un altro regista, preferibilmente americano. Chi più di Sam Peckinpah, ormai affermato maestro del nuovo western, avrebbe potuto svilupparlo nel miglior modo possibile? Così, il regista romano contattò il collega americano che rifiutò seccamente l’offerta. Leone se ne ebbe a male, tanto da vendicarsi mettendo il nome del regista americano sulla lapide di una tomba, nel film di Tonino Valeri Il mio nome è nessuno del 1973, di cui Leone curò la produzione e la regia di alcune scene. Il padre nobile degli Spaghetti-western dovette così rivedere le sue intenzioni e, per non sprecare una sceneggiatura in cui evidentemente credeva, prese direttamente in mano la realizzazione del film che uscì nel 1971 col titolo di Giù la testa, dopo che la censura aveva cancellato l’aggiunta di “coglione” voluta dal regista (“giù la testa, coglione” è la battuta detta da James Coburn-John Mallory a Rod Steiger-Juan Miranda, prima di fargli esplodere il carro per vendicarsi della distruzione della sua moto).

Che poi, a ben vedere, Giù la testa, del western, ha solo le ambientazioni polverose e l’estrema caratterizzazione dei personaggi. Leone lo mette in chiaro subito che non si tratta del solito western, aprendo il film con la citazione di un crudo pensiero di Mao-Tse Tung sulla rivoluzione, roba da guerriglieri e non da sognatori. E mette in chiaro subito il conflitto sociale che anima il film, fin dalla prima scena, quando un apparente umile e intimidito peone, Juan Miranda, si trova a dividere il viaggio in diligenza con distinti membri della buona società, deformati dai corrosivi primi piani del regista, che non si fanno problemi a manifestare tutto il loro disprezzo per l’indesiderato compagno di viaggio. Ma ben presto, il peone mostra la sua vera identità di bandito che, in combutta con il suo nutrito parentado, ha organizzato una rapina ai danni dei rispettabili viaggiatori. Portato a termine il colpo, con tanto di violenza sessuale anticlassista ai danni di una dama puritana, ecco spuntare tra i fumi delle esplosioni, come une Deus ex-machina in motocicletta , il coprotagonista del film, la cui identità ci viene rivelata da vari flash-back nel corso dell’opera: si tratta di John Mallory, rivoluzionario irlandese esperto in esplosivi, costretto a fuggire in seguito al tradimento sotto tortura del suo fraterno amico e compagno di lotta Sean, tanto fraterno da condividere la stessa donna e da lui assassinato prima della fuga. Juan cerca di convincere Mallory ad utilizzare la sua perizia dinamitarda per assaltare la banca di Mesa Verde che il peone descrive come l’Eldorado, ma l’irlandese non ne vuole sapere, intenzionato ad utilizzarla nella più lecita estrazione dell’argento. Ma Juan non si da per vinto e dopo aver indotto John a far esplodere una vecchia chiesa in cui stavano il proprietario della miniera e un ufficiale, pare riuscire a guadagnarsi l’accondiscendenza dell’irlandese, in realtà intenzionato a dileguarsi alla prima occasione.

Ma sul treno diretto a Mesa Verde i due incontrano il dottor Villega (Romolo Valli), impegnato nel coordinamento delle operazioni rivoluzionarie di fiancheggiamento all’avanzata di Zapata e Pancho Villa. Lo scettico John ha un ritorno di fiamma per la causa rivoluzionaria e cerca di coinvolgere Juan, riuscendoci dopo avergli fatto credere di volerlo aiutare nell’assalto alla banca. Ma in realtà, la banca è stata trasformata in carcere per i ribelli e il bandito, al posto della ricchezza, si guadagna la gloria rivoluzionaria per la loro liberazione. Nonostante sia ormai considerato un eroe del popolo, Miranda continua a non volerne sapere della rivoluzione, a suo dire una cosa buona solamente a far si che intellettuali furbi e senza scrupoli possano mangiare abbondantemente sulla pelle dei popolani, infervorati dai loro discorsi e mandati al massacro. Solo lo sterminio della sua numerosa famiglia, in un’azione voluta dal sadico colonnello Gunther Reza, convince Juan a partecipare, più per sete di vendetta personale che per fede negli ideali. Mallory scopre che Villega ha tradito e lo spinge a partecipare ad un’operazione per distruggere il convoglio con il reparto del colonnello Reza, mandandogli contro una locomotiva; ma prima di saltar giù, John impone al dottore la scelta tra la vita da conclamato traditore e la morte da eroe e Villega opta per il martirio. Nella battaglia successiva allo scontro dei treni, Mallory viene ferito dal colonnello, il quale però viene ucciso da Miranda. Juan soccorre John che gli chiede di fargli accendere una sigaretta. L’ex peone, ormai eroe della rivoluzione, si allontana per cercare soccorsi, ma John utilizza la sigaretta per farsi esplodere con la nitroglicerina che ha addosso, lasciando nella costernazione Juan.

Che il western sia luogo deputato per strutturare piani di lettura paralleli e rimandi ai grandi temi dell’umanità è un dato di fatto; ma in Giù la testa, Leone porta talmente alle estreme conseguenze queste prerogative da indurre a dubitare che il film possa essere compreso nel genere, anche considerando il sottogenere dello Zapata western. Giù la testa è sostanzialmente un film politico e sociale, in cui i temi della rivoluzione e delle diseguaglianze vengono trattati nella totale assenza di romantici idealismi e patetismi buonisti. L’ambientazione western crepuscolare, con il mezzo motorizzato ormai in procinto di soppiantare i cavalli, appare piuttosto come il necessario trait d’union tra il mito classico della trilogia del dollaro e di C’era una volta il west e l’epica criminale di Noodles e dei suoi amici gangster. Accanto all’amaro disincanto politico e sociale, si manifesta la doppiezza dell’umanità, con la buona società che mostra tutta l’avidità, il cinismo e l’ipocrisia di cui è capace; nel bandito Miranda, al contrario, emerge il senso della famiglia e il sentimento di fratellanza per Mallory; quest’ultimo rimane sospeso tra l’integerrimo rivoluzionarismo e il disincanto spinto fino al nichilismo. E ancora la doppiezza tra la causa e il tradimento, tra la propaganda (i manifesti filo governativi di Mesa Verde) e la ferocia del potere. Al centro di tutto sta la strana coppia Miranda-Mallory, moderni Sancho Panza e Don Chisciotte privati dalla vita di ogni edulcorante ingenuità, stretti in un rapporto di comico-spalla che si rovescia costantemente. La musica di Morricone abbandona parzialmente il tradizionale sviluppo intrinsecamente drammaturgico che aveva contraddistinto i capolavori precedenti, per aprirsi ad un respiro scenografico, anticipando gli esiti di C’era una volta in America.

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2 risposte a GIU’ LA TESTA #sergioleone #cinema #western

  1. loscalzo1979 ha detto:

    Filmone.

    Come quasi tutti quelli di Leone del resto, autentici capolavori

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