IL TEATRO E LE RAGIONI DELLA SCARAMANZIA #superstizione #teatro #iella

teatralitàChe il teatro, in ogni sua forma, sia un ricettacolo di riti scaramantici è cosa risaputa. Non altrettanto di dominio pubblico sono le ragioni per cui registi, attori, cantanti, musicisti e ballerini sfoggiano, oltre a quello delle rispettive arti sceniche, un repertorio di piccole e grandi scaramanzie. In primo luogo, c’è una ragione universale, risiedente nella logistica e nella temporalità che accomuna tutte le discipline teatrali. La ragione logistica sta nel fatto che il teatro presuppone, per dirsi compiuto, l’interazione con il pubblico: un corpo estraneo alle dinamiche del dietro le quinte, al meticoloso lavoro che precede la messa in scena, ma fondamentale per la riuscita della rappresentazione. Il pubblico è portatore di una moltitudine di varianti che, nel bene o nel male, possono condizionare lo svolgimento dell’opera.

Ogni singolo spettatore può, volontariamente o meno, creare ostacoli al buon esito scenico. Un accesso di tosse o uno starnuto fragoroso, una risata stridente nei modi o nei tempi, un atteggiamento indisciplinato ed esuberante nella critica come nell’apprezzamento, se capitano in un momento poco propizio, possono destabilizzare la concentrazione dell’artista teatrale e metterne a dura prova il mestiere, rendendo difficoltoso il tenere in piedi la scena. E qui stiamo entrando nella dimensione temporale del teatro, la cui caratteristica peculiare sta nel suo essere riprodotto nel momento stesso della sua fruizione. La sua riproduzione non appartiene, come nel cinema, a un tempo altro rispetto a quello della sua produzione, ma ne rappresenta il definitivo compimento.

Il teatro vive nell’hic et nunc, nell’irripetibilità di ogni suo momento scenico. L’artista teatrale è corpo vivo dell’opera d’arte e ciò lo sottopone all’accidentalità del divenire. Se si mettono insieme queste due ragioni, la logistica e la temporale, il dover fare i conti con il pubblico e con i propri corpi scenici nel momento stesso della creazione definitiva dell’opera, si può capire quanto sia immanente l’aleatorietà nella creazione dell’opera d’arte teatrale. E dove c’è aleatorietà, ossia qualcosa che trascende la programmazione, è umano (troppo umano, direbbe qualcuno) ricorrere a una ritualità che si ponga il fine di predisporre magicamente tutte le possibili varianti incontrollabili.

Detto delle ragioni universali che giustificano il ricorso degli artisti di teatro a formule scaramantiche, rimane da andare nello specifico, per svelare l’origine delle più diffuse scaramanzie teatrali. In questa ricerca ci si trova di fronte a due ordini di ragioni, l’una non escludente l’altra: l’analogica e la storica. Questi due aspetti sono spesso intrecciati in una stessa scaramanzia. Il colore viola terrorizza gli artisti della scena perchè è associato alla Quaresima, periodo in cui, nel medioevo, tutte le forme di spettacolo erano bandite e coloro che ci campavano avevano grosse difficoltà a trovare di che sostentarsi per quasi un mese e mezzo. Alla ragione storica (il bando quaresimale degli spettacoli) si sovrappone quella analogica (il viola, simbolo della quaresima, associato alla fame patita dai teatranti).

Un discorso analogo va fatto per l’abitudine degli artisti di teatro di scambiarsi fra loro e di accettare dagli altri, come unica forma beneaugurante, la parola merda. Questo potrebbe far pensare a una scelta paradossale, ma in realtà è fondata anch’essa su ragioni storiche e analogiche. Difatti, questa scaramanzia trova la sua origine nell’epoca d’oro del teatro, nell’ottocento, quando i mezzi di locomozione erano le carrozze trainate dai cavalli. Di conseguenza,  i posteggi dei teatri pieni di escrementi equini (con qualche campione portato in sala dalle scarpe degli spettatori) erano il segno del successo dello spettacolo.

Altre scaramanzie hanno motivazioni esclusivamente analogiche: è il caso del copione che, se cade sulla scena durante le prove, viene associato alla caduta dello spettacolo e deve essere sbattuto tre volte per esorcizzare il cattivo influsso; fischiettare in teatro è considerato di malaugurio in quanto associato ai fischi di disapprovazione del pubblico. A volte, sono le stesse opere o i loro protagonisti ad essere considerati di malaugurio: è il caso del Macbeth, sia nell’originale shakespeariano che nella versione musicale di Verdi, il cui personaggio principale è considerato innominabile fuori dalle esigenze sceniche. Ad ogni buon conto, la scaramanzia teatrale, finché rimane come repertorio di esorcismi generici, assume un carattere innocuo e folkloristico. I drammi veri iniziano quando addetti ai lavori o semplici spettatori vengono considerati untori della iella a causa di coincidenze sfortunate. Di drammi personali legati al fanatismo scaramantico è piena la storia delle arti sceniche.

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