KATHARINE HEPBURN, LA REGINA DEL CINEMA #hollywood #broadway #commedia

hepburnSe dovessi indicare il più grande attore cinematografico di tutti i tempi, non saprei chi scegliere tra Cary Grant e James Stewart e finirei col dare un salomonico ex aequo. Ma se dovessi scegliere l’attrice, non avrei il minimo dubbio a fare il nome di Katharine Hepburn. Mi si potrebbe obiettare che, si, la Hepburn è stata una straordinaria attrice, ma quasi esclusivamente rivolta al brillante. Bene, ma nella sua recitazione brillante riusciva a comprendere tutte le colorature; l’ironia e l’anticonformismo non hanno mai precluso l’emergere di una tensione drammatica vera, asciutta, priva di ogni minimo eccesso di pathos.

Katharine Hepburn nacque il 12 maggio del 1907 a Hartford, Connecticut, da un urologo di fama, sostenitore della prevenzione dalle malattie veneree, e da una leader delle Suffragette, le pioniere del femminismo che, tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento, lottarono per l’estensione del diritto di voto alle donne e per la parità sessuale. Un periodo di formazione fisicamente e intellettualmente dinamico, scevro di tabù, passato tra i buoni studi e la pratica sportiva; in particolare il nuoto, eletto a ritualità quotidiana per il resto della vita, tanto da consentirle di girare la scena del salvataggio di Henry Fonda in Sul lago dorato (On Golden Pond, 1981) senza l’ausilio della controfigura, a settantaquattro anni! Un solo shock a turbare gli anni d’apprendistato della futura regina del cinema: la morte, non fu chiaro se per suicidio o incidente, del fratello, a cui la Hepburn reagì con l’isolamento, annegando il dolore nello studio. Per molti anni, probabilmente per esorcizzare la perdita, dichiarò come sua la data di nascita del fratello.

Dopo le prime esperienze teatrali in ambito scolastico, decise di dedicarvicisi anima e corpo e nel 1928 debuttò a Broadway. Per quattro anni calcò le scene newyorkesi con alterne fortune, fino a quando, nel 1932, venne contattata dalla RKO per Febbre di vivere di Georg Cukor, ottenendo una parte da co-protagonista. Col “regista delle donne” iniziò un sodalizio artistico destinato a durare fino agli anni ’70, sia pure con qualche pausa. L’anno successivo, con La gloria del mattino (Morning glory) di Lowell Sherman ottenne il suo primo Oscar come attrice protagonista. Per tutti gli anni trenta collezionò interpretazioni magistrali, nel segno dell’ironia e del dinamismo e di una femminilità al contempo sensuale e androgina, indipendente e fiera. Come in Piccole donne di Cukor, naturalmente nei panni di Jo, nel 1933; e, ancora di Cukor, in Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlet, 1935), in cui iniziò un pirotecnico duetto con Cary Grant che toccò il culmine tre anni dopo nel capolavoro assoluto della screwball comedy, Susanna! (Bringing up baby) di Howard Hawks, una sequenza initerrotta di gag da manuale, eseguite a ritmi vertiginosi, ma senza stravolgere i tempi di una sceneggiatura perfetta. Ebbe modo anche di affrontare il dramma puro in Maria di Scozia (Mary of Scotland, 1936) di John Ford, col quale ebbe una breve relazione sentimentale. Per la critica era nata una stella, consacrata anche dalla nomination all’Oscar del 1936 per Primo amore (Alice Adams) di George Stevens; per il pubblico, la sua recitazione naturalmente sofisticata era più difficile da digerire, tanto che nelle associazioni degli esercenti veniva causticamente chiamata “l’avvelenatrice dei botteghini”.

A consacrarla popolarmente fu una commedia già interpretata l’anno prima a Broadway, Scandalo a Filadelfia (Philadelfia story, 1940), sempre di Cukor, ancora con Grant e l’altro gigante, James Stewart. Nel 1942 l’incontro della vita con Spencer Tracy, durante le riprese di La donna del giorno (Woman of the year) di George Stevens. Tra i due nacque un amore destinato a durare per 25 anni, fino alla morte di Tracy nel 1967, nonostante i problemi derivati dal precedente matrimonio di lui, mai sciolto a causa del suo essere Cattolico. Nove i film interpretati dai due, spesso nei panni di una coppia innamorata ma estremamente dialettica, se non addirittura competitiva. Almeno quattro i titoli da ricordare: Lo stato dell’Unione (1948) di Frank Capra;  La costola di Adamo (1949) di Cukor; La segretaria quasi privata (1957) di Walter Lang; ma soprattutto Indovina chi viene a cena (Guess who’s coming to dinner, 1967) di Stanley Kramer, straordinaria commedia di impegno sociale, in cui il tema del razzismo è affrontato in particolare nei condizionamenti che esso impone anche ai non razzisti, obbligandoli a una presa di coscienza ben più profonda della manichea dicotomia tra bene e male. In questo, il film che fu l’ultimo di Tracy e valse alla Hepburn il suo secondo Oscar, risultò essere uno dei più incisivi della storia per la formazione di una coscienza sociale collettiva sulla xenofobia. La Hepburn non volle mai vedere il film ed elaborò il lutto tuffandosi a capofitto nel lavoro, girando Il leone d’inverno (The lion in winter, 1968) di Anthony Harvey, che le valse il suo terzo Oscar.

Nei 25 anni di sodalizio con Tracy, non mancarono film girati senza il partner, come La regina d’Africa (The African Queen, 1951) di John Huston, funestato dai problemi di dissenteria che colpirono la Hepburn e numerosi membri della troupe, dovuti all’aver bevuto acqua del posto, che l’attrice racconterà divertita trent’anni dopo, in un memoriale divenuto bestseller; e come Improvvisamente l’estate scorsa (Suddenly last summer, 1959) con Montgomery Cliff, in cui venne affrontato, per quanto poteva concedere il rigoroso Codice Hays, il tema dell’omosessualità. Nel 1975 si concesse il lusso di umanizzare il monumento nazionale del Western John Wayne in Torna il Grinta di Stuart Millar e di duettare a suo modo con  Lawrence Olivier, nel film tv Amore tra le rovine, esordio televisivo di un quasi ottuagenario George Cukor. Nel 1981 interpretò la deliziosa commedia sentimentale Sul lago dorato in coppia con Henry Fonda, incentrato sui rapporti conflittuali tra tre generazione, che le valse il quarto Oscar, vinto anche da Fonda, al suo primo Oscar da protagonista, dopo aver ricevuto l’anno prima quello alla carriera.

Atea dichiarata, ma sensibile all’insegnamento cristiano, alimentò ella stessa le dicerie sulla sua presunta omosessualità, accompagnandosi per lungo tempo sul set con la sua migliore amica. Coerente fino alla fine all’anticonformismo e all’impegno sociale, fu, consapevolmente o meno, una delle principali fautrici dell’emancipazione femminile. Frequentò con distacco lo starsystem hollywoodiano, limitandosi a rapporti professionali coi più e coltivando con generosità i pochi rapporti autentici che nascevano sul set. Si spense a 96 anni nella casa di famiglia in un paesino del Connecticut, dando disposizioni affinché non venisse celebrato il funerale religioso e devolvendo il ricavato dell’asta dei suoi cimeli ad amici e parenti. Alla notizia della sua morte, tutti i teatri di Broadway fermarono la programmazione per onorarla.

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