PERSONA UMANA: DOGMA E PLEONASMO #umano #divino #scienza #fede

uomo vitruvioHo sempre considerato l’espressione “persona umana” un pleonasmo decisamente ridicolo. Il termine persona, già nella sua etimologia, riporta a un concetto interamente compreso nel recinto dell’umanità. La genealogia più accreditata del termine vuole come capostipite la parola greca pròsopon (adatto al volto),  con la quale venivano indicati anche i personaggi delle tragedie. Tale termine, attraverso l’etrusco phersu-phersuna, si trasformò nel latino persona-personam,  col significato originario di maschera. Decisamente più debole appare la teoria che vorrebbe l’origine nel termine latino personare, riferito alla funzione della maschera di amplificare la voce dell’attore; piuttosto, questo potrebbe aver favorito un successivo reciproco adattamento dei due termini..

Il filosofo stoico Panezio nel II secolo a.C. fu il primo ad utilizzare il termine pròsopon in ambito filosofico; per la verità, affermò esserci nell’uomo adulto quattro pròsopa differenti: l’appartenenza al genere umano, i talenti e le inclinazioni innate, i condizionamenti dell’ambiente e delle casualità e la professione esercitata. Questa teoria fu ripresa, con minime varianti, da Cicerone un secolo più tardi; anch’egli usò il termine al plurale (personis). A questo punto, la parola persona, intesa come essere umano nella pienezza delle sue prerogative, con implicazioni etiche e psicospirituali, poteva dirsi coniata.

Ma qui iniziarono gli equivoci. In ambienti cristiani di lingua greca si affermò l’utilizzo dei termini Ipòstasi, mediato dalla speculazione neoplatonica, e Pròsopon, attinto dal linguaggio quotidiano e utilizzato già da Paolo di Tarso nella Seconda lettera ai Corinzi come sinonimo di genti, per indicare i componenti della Trinità. Tertulliano, vissuto a cavallo tra il II e il III secolo a.C., nel tentativo di arginare le accuse di politeismo e le tentazioni eretiche che minavano il Cristianesimo delle origini, utilizzò il corrispettivo latino personae, al plurale, per indicare la compresenza delle tre entità (Padre, Figlio e Spirito Santo) in un’unica sostanza divina. Essendo l’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio, per analogia il termine venne esteso ad esso.

La Chiesa, in questo modo, dimostrò tutta la sua proverbiale capacità di mistificazione, fornendo una ferrea giustificazione al ridicolo pleonasmo Persona Umana, oggi utilizzato particolarmente in un’ottica strumentale nella polemica bioetica contro le posizioni laiche, grazie proprio al rafforzamento pleonastico del concetto. Resta il fatto che il termine persona, sia per radice etimologica, sia per ogni successivo sviluppo concettuale estraneo alla speculazione teologica della Patristica, offre un campo interpretativo tutto interno alla natura umana.

Sarebbe decisamente più intelligente, nonchè stilisticamente più raffinato, se la Chiesa e i credenti utilizzassero, per specificare il concetto, l’espressione Persone divine, piuttosto che attentare alla logica linguistica, specie in un paese come il nostro, tanto sensibile ai condizionamenti teologici, con un simile ridondante pleonasmo, come sottolinea Corrado Augias (e anche l’espressione ridondante pleonasmo può essere considerata pleonastica, ma chi di pleonasmo ferisce, di pleonasmo perisce).

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