NURSERY CRYME #genesis #progressive #rock

nursery cryme

Una graziosa bambina che gioca a croquet con le teste mozzate dei suoi compagnucci e una vecchia filastrocca che sgorga da un carillon: la cena non è ancora pronta, ma il capolavoro è già servito. Nursery Cryme (la storpiatura è dovuta al gioco di parole con Nursery rhymes, filastrocche per bambini), terzo album dei Genesis, dopo il confuso e velleitario From Genesis to revelation e il promettente ma ancora acerbo Trespass, sancisce definitivamente lo spessore dei giganti del progressive, decretandone il successo in Belgio, Olanda e Italia, prima ancora che nella natia terra d’Albione. Delineatasi la line-up storica, con l’ingresso di Steve Hackett alle chitarre e Phil Collins alla batteria, accanto ai già rodati Mike Rutherford al basso e alla chitarra ritmica e Tony Banks sempre più a proprio agio nel suo castello di tastiere, tutti impegnati a dare forma e sostanza alla straripante verve operistica di Peter Gabriel, Nursery Cryme vede la luce il 12 novembre del 1971. S’alza il sipario e si apre il mondo espanso in forma canzone fluviale: The musical box, dieci minuti che si dipanano tra il fatato e l’horror, in un’atmosfera che passa dal nirvana alla frenesia schizofrenica senza soluzione di continuità, decretando l’ormai raggiunta maturità creativa e drammaturgica di Gabriel, sostenuta dalla straordinaria inventiva e perizia tecnica dei suoi sodali. Dopo il breve delicato interludio di For absent friends, esordio canoro di Phil Collins, arriva prepotente l’hard-prog di The return of the Giant Hogweed, suite a perdifiato dal testo epico-apocalittico che narra le vicende di un’erbaccia infestante e carnivora che si propone di cancellare, una volta per tutte, l’umanità dalla faccia della terra.

Seven stones è il brano più legato alla tradizione classica, intessuto di intrecci melodici sospesi tra Rinascimento e barocco, con un testo che risente degli echi della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Pirotecnica operetta minimale in soli tre minuti di canzone e in precario equilibrio tonale, Harold the Barrel narra le vicende, tra il macabro e il farsesco, di un ristoratore braccato dalla polizia per essersi mozzato le dita dei piedi ed averle servite col the; immancabile la mediatizzazione della vicenda, con tanto di raccomandazione della madre, a fronte della minaccia di suicidio del protagonista, di evitarlo in quanto il suo look non è abbastanza dignitoso per essere immortalato dalla BBC. Dopo un altro delicato interludio cantato (Harlequin), l’album chiude i battenti con la suite mitologica The Fountain of Salmacis, epica decadente dell’ambiguità tratta dal racconto ovidiano dell’unione maledetta di Ermafrodito con la ninfa Salmace. Detto delle suggestioni letterarie di Gabriel (oltre a Coleridge e Ovidio, da aggiungere almeno Lewis Carroll e Poe), non rimane che rimarcare il minuzioso lavoro grafico di Paul Whitehead, carico di macabro humour e gusto retrò, con tanto di copyright retrodatato di un secolo. Senza star lì a perdersi in menate se valga di più o di meno dei due album che seguiranno a breve (e chi vuole, me compreso, può tirare in ballo anche il monumentale doppio di congedo dell’era Gabriel), su una cosa non si ammettono repliche: di capolavoro si tratta, senza abusare minimamente del termine.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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