FRENZY #cinema #thriller #hitchcock

frenzyIn una strada lungo il Tamigi, poco lontano dal cuore pulsante di Londra, un uomo politico sta tenendo un comizio incentrato sulla pulizia del fiume. Tra la folla plaudente, un alquanto distaccato Alfred Hitchcock adempie alla sua personale liturgia del cameo. Ironia della sorte, dal fiume riemerge un cadavere di donna. Non è la prima e non sarà l’ultima. Tutte con gli stessi segni di violenza sessuale e tutte con la gola segnata dallo strangolamento con una cravatta. Due uomini, ex compagni nella Raf, due vite parallele che si incrociano ogni tanto: il primo è l’assassino (Hitchcock lo rivela subito), Bob Rusk (Barry Foster), elegante commerciante ortofrutticolo, sempre inappuntabile, il classico insospettabile; l’altro è Richard Blaney (Jon Finch), incapace di riorganizzarsi la vita, in cronica difficoltà economica e attratto dall’alcool. Purtroppo per lui, Rusk decide di uccidere la sua ex-moglie, titolare di un’agenzia matrimoniale, che proprio il giorno dell’omicidio era stata vista discutere animatamente con Richard, il quale di colpo diventa il sospettato numero uno. Non bastasse, Rusk fa fuori anche Babs (Billie Whitelaw), una cameriera che ha una relazione con il sospettato, che, a questo punto, viene arrestato, processato e imprigionato. L’assassino nasconde il corpo in un sacco e lo carica in un camion che trasporta patate, ma si rende conto di aver lasciato il suo fermacravatte e deve affrontare, durante il trasporto, una macabra e grottesca lotta  con il cadavere, per recuperarlo. Blaney evade, deciso a trovare il vero colpevole e alla fine, grazie anche al fiuto dell’ispettore Oxford (Alec McCowen), riesce a farlo arrestare dalla polizia.

Per il suo penultimo film, Frenzy, Hitchcock ritornò a girare nella natia Londra, ad oltre vent’anni da Paura in palcoscenico. Una Londra piena di colori, suoni, rumori, odori, con al centro l’ancora mercato di Covent Garden, che fa da contrasto con lo sfondo cupo della serialità omicida. A rafforzare questo contrasto, la vivacità delle musiche composte da Ron Goodwin e l’associazione del thriller con il cibo e la gastronomia. Hitchcock scelse di lavorare con attori provenienti dai teatri londinesi, meno fotogenici dei divi di Hollywood, ma più attenti al particolare. Scelta rivelatasi opportuna per un film da considerarsi probabilmente il più corale dell’intera filmografia del mago del brivido. Ripresa e montaggio mostrano la straordinaria freschezza dell’anziano maestro, facendo del film un esempio panoramico della maniera hitchcockiana, fatta di immedesimazione del mezzo e nel mezzo (del mezzo filmico nella scena e del soggetto, autore o spettatore, nel mezzo filmico), di tempi interiori insostenibili per chiunque, di leggerezza di fronte all’abisso. La sceneggiatura, firmata da Anthony Schaffer, si rifa al romanzo Goodbye Piccadilly di Arthur La Bern.

Presentato fuori concorso a Cannes nel 1972 e accolto favorevolmente da pubblico e critica, pur con qualche polemica per la crudezza di alcune scene, il film è, da una parte, un’immersione nei luoghi della memoria del regista ormai ultrasettantenne. Dall’altra, con Frenzy, Hitchcock porta agli estremi le due caratteristiche principali della sua magistrale filmografia: la capacità di creare suspense e il permeante senso dell’umorismo. Ma più che la ricerca di un equilibrio tra brivido e ironia, in Frenzy c’è il tentativo riuscito di compiere una simbiosi tra di essi, operazione replicata con altrettanto successo nel successivo e ultimo Complotto di famiglia. In fin dei conti, sta proprio qui il nocciolo del film, nel dimostrare quanto sia labile il confine tra bene e male, innocenza e colpevolezza, ragione e delirio (Frenzy, in inglese).

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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