PACIFISMO E ANTIMILITARISMO #guerra #pace #umanità

pacifistiLa cultura pacifista è, nel migliore dei casi, ingenua; nel peggiore,ipocrita. Sostenere la possibilità della vita in assenza di conflitto è una mistificazione colossale della natura umana. Anche nelle migliori famiglie la pace e l’armonia devono essere continuamente strappate dalle fauci della conflittualità. E’ naturale l’anelito alla pace, ma partendo dal presupposto che in ognuno di noi agiscono istinti di sopraffazione e che questi istinti sono il motore stesso della sopravvivenza. Esorcizzarli col buonismo significa farsi trovare impreparati nel momento della loro eruzione; tentandone  il soffocamento, si ottiene, come unico risultato, il rafforzamento del loro potenziale distruttivo.

Il problema è la degenerazione del conflitto, ovvero il militarismo, una velenosa cultura che ha permeato la storia dell’umanità. Probabilmente, la cultura militarista fu una delle conseguenze della rivoluzione agricola. La brama di conquista da parte delle popolazioni nomadi e la necessità di difesa delle comunità agricole richiesero, da una parte e dall’altra, la formazione di reparti di uomini specializzati nel combattimento. In seguito, i conflitti tra i popoli vennero  alimentati dall’indottrinamento nazionalistico o religioso, dalle pressioni demografiche, da  motivazioni economiche.

Quando i cinesi scoprirono e, contrariamente a quel che si pensa, iniziarono a utilizzare per scopi bellici la polvere da sparo, la degenerazione militarista fece un salto di qualità. Si arrivò in questo modo, con la diffusione dell’innovazione nelle altre culture asiatiche ed europee ed il conseguente vorticoso sviluppo tecnologico, ad una capacità distruttiva ed autodistruttiva mai conosciuta prima dall’umanità. Nel novecento, la conquista dei cieli e del nucleare ha portato la degenerazione militarista ad indicibili livelli d’aberrazione.

E’ un’ingenuità sesquipedale credere che si possa ambire a un’era di pace perenne. L’uomo può migliorare di molto le sue abitudini, a patto che proceda senza condizionamenti nel cammino della libera autocoscienza, ma non potrà mai cambiare la propria natura chiaroscurale. Finchè ci si ispirerà all’idea di un Dio luminoso e misericordioso, l’umanità sarà condannata ad essere in balia degli eventi, esattamente come venne rappresentato, circa due secoli e mezzo fa, da Voltaire nel suo Candide.

L’antimilitarismo, diversamente dal pacifismo, non è un’utopia ispirata all’esempio inimitabile di pochi uomini illustri, ma una pragmatica presa di coscienza dei rischi comportati dalla diabolica spirale generata dalla corsa agli armamenti. Per mantenere la sua natura pragmatica, l’antimilitarismo non si può abbandonare ad un generico ripudio delle armi, ma deve puntare all’affermazione di una cultura che si opponga radicalmente non solo all’organizzazione militare, ma a tutto ciò che ad essa si richiama e che ne fa subire la fascinazione. Superfluo aggiungere la natura fondamentalmente internazionalista dell’antimilitarismo e il suo dover obbligatoriamente procedere tenendo, come stella polare, gli equilibri internazionali.

 

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