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Per Giacomo Leopardi dovette essere l’ossessione della vita diluire senso e suono, semantica e musicalità in un unico flusso che avesse la stessa compattezza di una composizione musicale. Questa ossessione si può sintetizzare in cinque fondamentali tappe della produzione leopardiana.

La prima di queste tappe, poco più che ventenne, è rappresentata dalla celeberrima L’infinito, forma canzone minimale, madrigalesca, più che flusso musicale, una stimmung cristallizzata e consacrata all’immortalità nel rigore formale dell’endecasillabo.

Ed è ancora l’endecasillabo, qualche anno più tardi, a caratterizzare la seconda tappa. Con Ultimo canto di Saffo, però, la forma canzone si espande, si fa aria d’Opera, l’introspezione che si proietta nella rappresentazione.

A questo punto, l’unico sviluppo possibile prevede il passaggio a qualcosa di più articolato della forma-canzone: una partitura vera e propria che abbia piuttosto come riferimento musicale la suite o la forma-sonata, nel suo sviluppo verso la sinfonia classica e romantica.

Ecco che, dalla galera recanatese degli ultimi anni venti, Leopardi partorisce il Canto notturno di un pastore errante. La compostezza formale dell’endecasillabo diventa una barriera al libero fluire della poesia. L’inserimento del settenario irregolarmente alternato scardina la rigorosa geometria della forma-canzone, dando alla composizione una fluidità da blankverse che la inserisce nel solco della forma-sonata.

Ma forse il Gran recanatese è scivolato troppo in là nella sua ricerca musicale, tanto da rischiare il naufragio del senso nel proteiforme oceano della sonorità. La successiva tappa, forgiata nella fucina fiorentina dei primi anni trenta, pare già nel titolo un tentativo di ribilanciare i rapporti in favore del senso: Il pensiero dominante. La parola pensante “Siccome torre in solitario campo” come argine alla deriva musicale.

La ricerca leopardiana giunge al suo definitivo compimento con l’estremo capolavoro: La ginestra. Qui Leopardi mostra tutta la maestria raggiunta nell’orchestrazione, la misura mai così giusta nel dosare gli ingredienti musicali e semantici del suo poema, raggiungendo una monumentalità che fa pensare alla sinfonia, non solo classica e romantica, ma anche a quella titanica tardoromantica.

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