IL SENSO CIVICO DELLA POESIA #poesia #poeti #filosofia #pensiero #civiltà #società #estetica

Quando nacque la poesia? Già nelle civiltà monumentali preclassiche possiamo trovare una vasta letteratura poetica che ovviamente deve aver avuto una lunga tradizione orale alle spalle per arrivare alle forme cristallizzate nella scrittura. Epica e rapsodia, comunque, sono forme per così dire infantili di poesia. Il volgersi nell’illo tempore del mito dell’epica e l’abbandono completo all’ispirazione estemporanea della rapsodia rappresentano un’età dell’oro irrimediabilmente perduta e un riconoscere come immutabile l’orizzonte magico e mitico che sovrasta la realtà. Per dirsi matura la poesia deve essere capace di incidere sulla realtà e proporre in modo convincente un altro mondo possibile. Questo carattere civico della poesia lo si può ritrovare già in scritti del Medio e Nuovo Regno egizio, ma per sancirne l’avvento definitivo bisogna arrivare ad Eschilo e al suo Prometeo incatenato. Più precisamente al verso finale che l’eleusino mette in bocca al semidio perseguitato da Zeus per aver reso il fuoco ai mortali:

QUELLO CHE SOFFRO E’ CONTRO LA GIUSTIZIA.

Questo rivolgersi critico verso l’arbitrio del potere costituito rappresentato da Zeus apre quel vulnus in cui il seme della poesia viene deposto affinché si compia il miracolo della sua più rigogliosa fioritura. Il sentimento dell’inadeguatezza di fronte alla legge, alla consuetudine, alla pretesa immutabilità dell’ordine costituito, viene nobilitato da un atto di ribellione consapevole, di autodeterminazione etica, fino a rappresentare un vero e proprio assalto al cielo. In questo senso propriamente civico, in questo afflato democratico, in questo eterno processo di umanizzazione del potere costituito di cui si fa portavoce, la poesia trova la sua più piena maturità e la sua più nobile vocazione.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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