SLOGAN E SPETTACOLARIZZAZIONE DELLA PROTESTA #politica #potere #parola #spettacolo #rappresentazione #opposizione

Per riallacciarmi al ragionamento sulla SPETTACOLARIZZAZIONE DELLA protesta che fece la sua comparsa sulla scena dialettica della politica col movimento del sessantotto, centrale in questa epifania del nuovo modo di fare opposizione appare l’utilizzo seriale dello slogan. Questo ha sempre avuto un ruolo importante nella comunicazione politica e anche la sua produzione in catena di montaggio non era del tutto inedita prima del fatidico anno della rivolta generazionale. I totalitarismi del novecento, in primis il fascismo italiano, fecero grande uso della frase ad effetto per stampare nella mente della massa i segni delle virtù di cui il regime si diceva portatore. Se dalla prospettiva del potere lo slogan appare un mezzo efficace per  la conquista del consenso, in quanto capace di sintetizzare in modo immediato la filosofia del potere e di facilitare così l’omologazione ad essa della massa, dalla prospettiva della protesta, proprio per gli stessi motivi, lo slogan tende a creare un circuito chiuso tra gli oppositori, con fatali cadute nell’autoreferenzialità e nell’autocompiacimento narcisistico, finendo per favorire il potere nel suo farsi muro di gomma per respingere con successo le istanze della protesta. Lo slogan nasce come atto creativo legato ad un’urgenza, ma nel momento stesso in cui diviene slogan, quindi frase fatta, sprigiona tutta la sua carica stereotipante, perdendo il legame con l’urgenza che l’ha generato, per farsi fine a sé stesso, forma senza contenuto, estetica puramente decorativa. Quest’autoannichilimento delle istanze di cui si fa portatore lo slogan si è reso tanto più evidente nella nostra epoca dominata da strumenti di comunicazione individuali e virtuali che offrono l’opportunità di raggiungere un consenso vasto e immediato, per quanto irrimediabilmente sterile e fine a sé stesso.

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