HANNAH E MARTIN – LETTERE 1925-1975 #Filosofia #HannahArendt #Heidegger

Ho sempre guardato con sospetto alla letteratura epistolare, vuoi quando la corrispondenza è un espediente per sviluppare una fiction narrativa, ma ancor di più quando riflette la reale biografia di corrispondenti storicamente vissuti. In questo caso, trovo decisamente morbosa la pubblicazione di scritti che riguardano la sfera privata dei protagonisti.
Un’eccezione è rappresentata dalla cinquantennale corrispondenza (sia pure con periodi di silenzio), pubblicata a cura di Ursula Ludz, tra due dei maggiori pensatori del novecento: Hannah Arendt e Martin Heidegger. Eppure, la liaison nata a Marburgo tra il 36enne giovane filosofo e docente già affermato e la giovanissima studentessa promettente appena 19enne, offrirebbe molti spunti alla morbosità gossipara: oltre alla differenza di età e di status accademico, lo stato civile di Heidegger, sposato con prole, e soprattutto il contesto storico con la Germania che si avviava velocemente verso l’affermazione nazionalsocialista, con, da una parte, il filosofo inizialmente entusiasta dell’imbianchino austriaco (anche per ragioni di opportunismo accademico), poi sempre più critico nei confronti della deriva intrapresa, fino ad essere marginalizzato dal regime; dall’altra, la giovane studentessa di origine ebraica, costretta all’esilio negli Stati Uniti dalle leggi razziali.
La limpidezza stilistica, l’essenzialità e la leggerezza del modo di argomentare, l’autenticità della reciproca fascinazione, l’onestà morale e intellettuale di entrambi sgombrano il campo da ogni possibile speculazione gossipara sul loro rapporto, spesso evocato dall’informazione pseudoculturale come paradigma del torbido che si cela nell’intimo di intellettuali così dotati, illuminati e illuminanti.
Ed è proprio l’aspetto più controverso della loro relazione, le opposte posizioni rispetto all’affermazione nazista, ad offrire ad una gigantesca Hannah Arendt l’occasione di dare una definitiva spiegazione sulle ragioni dell’adesione di Heidegger al delirio hitleriano. Prima, con la deliziosa favoletta del 1953, trovata tra le annotazioni del suo diario. Qui, partendo dal nomignolo di volpe che spesso veniva associato nell’ambiente accademico al filosofo di Sein und zeit, narra di una volpe tanto ingenua da cadere spesso in trappola, fino a compromettere la propria pelliccia. Stanca di tutto ciò, decide di fare della trappola la sua tana: lei dovrà comunque starci dentro, ma gli altri, per farle visita, dovranno caderci. E nel discorso radiofonico celebrativo per gli ottant’anni del maestro nel 1969, Hannah Arendt ci spiega anche il motivo di tale ingenuità: la meraviglia è la scintilla della filosofia e la finalità del filosofo è di abitare la meraviglia. E Heidegger ha avuto il raro privilegio di abitare la meraviglia.

Informazioni su albertomassazza

nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
Questa voce è stata pubblicata in libero pensiero, mito moderno e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...