IL VIAGGIO DELL’ELEFANTE #JoséSaramago #letteratura #romanzo

Invitato a un incontro con gli studenti dell’Università di Salisburgo dalla locale lettrice di portoghese Gilda Lopes Encarnaçao, Josè Saramago venne portato da lei in un ristorante della città mozartiana chiamato (ovviamente in tedesco) L’elefante. Qui, l’ormai ultraottuagenario scrittore portoghese fu attratto da una serie di raffigurazioni alle pareti, aventi come principale protagonista un elefante. In particolare, l’attenzione di Saramago venne catalizzata dalla prima di tali raffigurazioni, nella quale era ben riconoscibile un monumento decisamente familiare agli occhi del grande scrittore: la Torre di Belem. Naturalmente, Saramago chiese delucidazioni alla sua commensale riguardo alla vicenda narrata e la lettrice gli disse che trattavasi della descrizione del viaggio di una carovana di varia umanità (e varia animalità!), partita da Lisbona nell’agosto del 1551, con lo scopo di portare a Vienna un elefante indiano, dono del Re portoghese Joao III all’Arciduca e futuro Imperatore d’Austria (nonché genero di Carlo V) Massimiliano II d’Asburgo, al tempo reggente di Spagna e di stanza a Valladolid. Il vincitore del Nobel del 1998 (ça va sans dire!) colse al volo la portata letteraria di quel bizzarro episodio di cui era venuto così casualmente a conoscenza e di lì a qualche tempo venne alla luce il romanzo breve Il viaggio dell’elefante, una delle ultime e più riuscite opere di Saramago.
Il particolare stile narrativo del portoghese, come un flusso di coscienza corale che procede quasi senza soluzione di continuità con leggerezza e ironia, trova nella curiosa vicenda del pachiderma Salomone (poi ribattezzato Solimano) e del suo conducente (cornac) Suhbro (a sua volta ribattezzato Fritz) il terreno più idoneo per rivelarsi in tutta la sua genialità. L’indolente mastodonte e il suo esotico conducente diventano l’allegoria di una natura ai cui modi e tempi la varia umanità della carovana, con tutta la sua piramidale gerarchia, dall’ultimo dei facchini fino alla coppia arciducale, deve necessariamente adeguarsi. La prorompente presenza scenica di Salomone, del tutto inedita agli occhi degli europei di quei tempi, sospesi tra rivoluzione luterana e reazione controriformista, alimenta una propensione alla speculazione miracolistica e superstiziosa, con conseguentemente inevitabile speculazione commerciale. Lo sguardo distaccato e trasversale dell’autore, dalla sua cabina di regia atemporale, accompagna il lettore con ironica leggerezza e profondità di interpretazione in una serena e onnicomprensiva riflessione sulla condizione umana, arricchendo con citazioni e paragoni storici sempre pertinenti (immancabile quello con la traversata alpina di Annibale) la già di per sé accattivante trama dell’evento storico.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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