L’EFFETTO MACRON #politica #governo #elezioni

Non appena l’estate volgerà al suo termine naturale, l’Italia entrerà nel vivo di una campagna elettorale cruciale come poche altre nella storia repubblicana. La perdurante incertezza economica e lo stravolgimento geopolitico, con il lento tramonto americano ( accelerato dall’inadeguatezza di Trump), il consolidamento delle superpotenze russa e cinese e l’infinito temporeggiamento dell’Europa di fronte alla necessità di trovare una politica comune, fanno presagire che nel quinquennio 18-23 sarà fondamentale che alla guida del paese ci sia una visione programmatica chiara e priva di quei tentennamenti fatali ad ogni coalizione eterogenea.
Dal centro (un centro che allargandosi potrebbe facilmente divenire maggioritario) si invoca l’effetto Macron e si ricerca il candidato ideale a rivestire i panni del giovane presidente francese. Ricerca facile facile, dato che l’unico in grado di intestarsi un’operazione simile a quella di Macron e di dotarla di chance di successo è l’ex premier e segretario del Pd, Matteo Renzi. Oltre alla giovane età, Renzi condivide con il neo presidente francese una certa propensione alla trasversalità e la capacità di fiutare l’aria e di porsi come porta del divenire. Il problema è che, mentre Macron ha avuto una carriera defilata nel suo partito d’origine, l’ex premier italiano è da diversi anni figura centrale del Pd, nonché attuale segretario; ergo, la sua eventuale fuoriuscita dal partito, per creare un movimento capace di staccarsi dai condizionamenti ideologici, risulterebbe ben più problematica. Perché, sia chiaro, che per divenire il Macron italiano, Renzi deve per forza di cose uscire dal perimetro del Pd, senza preoccuparsi delle sorti del partito, destinato ad evaporare nel caso che, dopo tante microscissioni attuate o minacciate, arrivasse la scissione dei renziani.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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