IPOCRISIA E TEATRO #finzione #verità #etimologia

Per gli antichi greci, l’ipocrita era l’attore. Nonostante la mia passione per l’etimologia, ho brancolato nel buio per lungo e lungo tempo, nel tentativo di risalire il fiume fino alla fonte da cui sgorga la parola: non mi veniva proprio di comprendere il nesso con il senso (ops, un anagramma!) che diamo noi oggi al termine ipocrita. Certo, subito verrebbe da dire che l’anello mancante è alquanto lapalissiano: l’attore finge, ergo è ipocrita. E no, l’attore finge facendo sapere di fingere; la sua finzione è convenzionale ed è accettata da tutte le parti in campo, ad iniziare dal pubblico. Nessun i sognerebbe di credere che Amleto venga interpretato da Amleto, Gertrude da Gertrude, Polonio da Polonio. Ma allora, quale razza di ipocrisia ci sarebbe in una finzione a carte scoperte? Nessuna, assolutamente nessuna!
Ma ecco, di recente, vivendo intensivamente, dopo lungo tempo, una scena teatrale professionale, l’illuminazione: l’attore è ipocrita perché la sua abilità è di saper rendere autentico ciò che è finto e convenzionale. La meraviglia del teatro sta proprio qui, nell’autenticità della finzione, questa plateale ipocrisia (e propri da questa sua platealità, resa inoffensiva, disinnescata da tutta la sua carica negativa).

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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