TERENZIO MAMIANI, IL CUGINO DI LEOPARDI #risorgimento #filosofia #poesia

mamiani

Quasi coetanei, i due cugini conti Giacomo Leopardi e il pesarese Terenzio Mamiani della Rovere ebbero modo di frequentarsi a Firenze, nel 1826, nel Gabinetto scientifico-letterario di Giovan Pietro Vieusseux. Il Mamiani lasciò Firenze l’anno seguente, dopo essere stato nominato dal re sabaudo Carlo Felice professore all’Accademia Militare di Torino. Da quel momento, mentre Leopardi si avviava a vivere i suoi ultimi dieci anni di stenti, costellati dai tanti capolavori della maturità, il cugino pesarese intraprese un lunghissimo percorso che lo portò ad essere un protagonista della politica e della cultura dell’intero periodo risorgimentale e dei primi decenni postunitari. Di idee sinceramente e ingenuamente liberali e assertore di un cattolicesimo laico e illuminato, Terenzio Mamiani recitò un ruolo di primo piano nei moti indipendentistici del 1831 in Romagna, per poi divenire Ministro degli interni nell’effimero governo autonomo delle Province Italiane Riunite. Con la repentina restaurazione papale, il Mamiani fu dapprima imprigionato a Venezia, per poi essere condannato all’esilio perpetuo, riparando a Parigi.

Nella capitale francese, fu tra i principali animatori dei circoli degli esuli italiani, prendendo le distanze da Mazzini ed accostandosi a Gioberti, ma con una visione politica decisamente più laica. Prese forma la sua personale prospettiva risorgimentale, caratterizzata da un liberalismo moderato e federalista attento alle istanze delle classi meno agiate e intenzionato ad arginare lo strapotere del capitale e del libero mercato. Rientrato in Italia nel 1847, grazie al permesso del re Carlo Alberto di stabilirsi a Genova, ottenne successivamente un permesso temporaneo da Pio IX per rientrare nello Stato Pontificio; lo stesso Papa, sotto la pressione dei circoli liberali della capitale e preoccupato dai rivolgimenti che stavano infiammando l’Italia e l’Europa, lo incaricò di dirigere il governo dello stato. Mamiani improntò la sua politica nel segno del parlamentarismo e della laicità, tenendo ben distinto il potere spirituale da quello temporale e limitando la funzione del pontefice ad una figura sostanzialmente di rappresentanza istituzionale. Il suo governo ebbe poca fortuna, a causa dell’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti della sua politica liberale e dell’intervento nella I Guerra d’Indipendenza. Ciò nonostante, il Papa lo nominò Ministro degli Esteri del successivo governo, carica dalla quale si dimise quando la situazione volse verso la proclamazione della Repubblica Romana, non volendo egli in alcun modo essere coinvolto in una svolta contraria al suo moderatismo.

Deciso a ritirarsi dalla vita politica attiva, dopo aver promosso, d’intesa con Vincenzo Gioberti, il progetto della Confederazione Italiana, si stabilì a Genova, su concessione del Primo Ministro sabaudo Massimo D’Azeglio. Dopo aver ottenuto la cittadinanza nel 1855 per interessamento di Cavour, venne eletto al Parlamento Cisalpino nel 1856 e nominato dallo stesso Cavour prima portavoce del Governo e docente di Storia della filosofia all’Università di Torino; successivamente, Ministro della Pubblica Istruzione nel 1860, anche se il suo progetto di radicale riforma in senso federalista della scuola italiana ebbe un esito sostanzialmente fallimentare. Terenzio Mamiani ricevette, sempre per conto di Cavour, incarichi diplomatici e venne eletto Senatore del Regno nel 1864. Anche l’ultimo ventennio della sua lunga esistenza, terminata a Roma nel 1885, fu costellata di riconoscimenti, onorificenze e incarichi di prestigio. Né meno intensa fu la sua attività culturale, particolarmente nei campi della poesia e della filosofia, avviatasi già negli anni dell’esilio parigino. Nonostante il successo tra i contemporanei, sia in Italia che in Francia, Mamiani non andò oltre a un elegante quanto accademico classicismo come poeta e alla costruzione di un velleitario e provinciale sistema filosofico, incentrato sulla tradizione italiana e alquanto deficitario in originalità di pensiero.

Ironia della sorte, il più distinto barlume d’immortalità letteraria di Terenzio Mamiani è rappresentato dall’essere stato involontario ispiratore di uno dei versi più celebri e stupefacenti del suo ben più geniale cugino, tanto emarginato in vita, quanto divenuto centrale nella cultura italiana dopo la prematura morte. Infervorato di spiritualismo ottimista, nella prefazione ai suoi Inni Sacri del 1832 il cugino pesarese concluse la sua ridondante e panglossiana premessa con la locuzione: le sorti magnifiche e progressive dell’umanità. Leopardi, piccato dal fatto che sulla rivista napoletana Progresso l’Inno ai patriarchi del cugino era stato ritenuto più poetico dell’omonimo canto leopardiano del 1822, riprese l’espressione di Mamiani nel suo capolavoro La Ginestra del 1836. Cambiando semplicemente l’ordine delle parole (dell’umane genti/le magnifiche sorti e progressive), il genio recanatese mise a nudo, con sottile quanto caustica ironia, la vanità dell’atteggiamento fideistico nel progresso scientifico e spirituale degli uomini, cogliendo appieno, agli albori del positivismo, la mancanza di automatica reciprocità nel rapporto tra felicità e progresso.

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