REBORA: IL MALEDETTO TIMORATO #poesiaitaliana #novecento #lavoce

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Clemente Rebora è stata una delle voci più originali della poesia italiana del novecento. Coetaneo di Campana, come il marradese entrò a far parte delle scuderie della storica rivista “La voce”, diretta prima da Prezzolini e poi da Papini. Di educazione laica e liberale, l’esperienza traumatica di trincea nella Grande Guerra lo avvicinò progressivamente al cattolicesimo, fino a fargli prendere i voti tra i padri Rosminiani, abbandonando per lungo tempo la letteratura e distruggendo le copie in suo possesso degli scritti precedenti.

Il profondo dissidio intimo che lo porterà al sacerdozio è il leit motiv anche dell’opera precedente, particolarmente nelle raccolte Frammenti lirici e Canti anonimi; ma se in quest’ultima, pubblicata nel 1922, fa già capolino l’anelito alla pace dell’anima che sfocerà nella conversione, nei Frammenti Lirici del 1913, Rebora non trova altra soluzione che l’apocalisse catartica per risolvere il dissidio esistenziale. Ed ecco il poeta cogliere tutta la malinconia…

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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