SIMMEL E LA ROVINA #filosofia #estetica #architettura

rovina

Nel breve saggio La rovina (Die ruine), apparso nella raccolta di studi Philosophische Kultur del 1911, il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel si sofferma sulle suggestioni estetiche ed etiche suscitate dalle rovine architettoniche. Mentre un’opera pittorica o letteraria ridotta in frammenti o una statua mutilata di qualche sua parte vengono percepite solo in funzione della ricostruzione della loro forma originaria che l’immaginazione compie,  un edificio architettonico in rovina rappresenta una nuova forma in cui la natura compie la vendetta nei confronti dello spirito. Bisogna specificare che per rovina Simmel non intende né un ammasso indistinguibile di residui d’edifici (macerie), né una rovina architettonica conservata in uno stato di degrado cristallizzato in funzione simbolica, identitaria, turistica, culturale o per qualsiasi altra funzione sociale. Simmel si riferisce a un’idea di rovina da Grand Tour, romantica, campestre, in cui venute meno forme e funzioni originarie dell’opera, la natura interviene sulla forma reinventandola, in un processo inverso a quello che ha dato origine all’opera architettonica.

Difatti, a differenza delle altre arti in cui la materia si piega completamente allo spirito attraverso la forma, l’architettura si fonda sull’equilibrio tra la spinta verso l’alto della volontà spirituale e quella verso il basso della natura. Questo equilibrio raggiunto sotto l’egida dello spirito, venuta meno la compiutezza dell’opera nella decadenza, viene rovesciato dall’accidentale e disarmonica opera della natura, ma non in modo da riportare tutto immediatamente all’amorfo, bensì nella prospettiva di un inedito piano etico ed estetico, stimolato da un senso di tragicità cosmica e di malinconia che mette a nudo la falsa coscienza dell’architettura come protesi armonica della natura e ristabilisce il primato di quest’ultima sulla forma architettonica, costringendo l’opera ad aderire radicalmente al suo proposito costitutivo: l’armonia con l’ambiente. In questo, la natura porta a compimento l’architettura.

L’ordine consueto dell’opera che vede la natura come materia e lo spirito come forma, nella rovina viene rovesciato: non più la finalità umana porta a compimento l’opera, ma è la natura a rimodellarla in una forma mai definitiva. La compiutezza della forma architettonica, fondata sull’artificio dell’armonia tra spirito e natura, viene superata dalla forma aperta, eternamente diveniente, della rovina; questa forma aperta consente non solo la contemplazione estetica su ciò che era, ma anche quella etica su ciò che è divenuto e che continua a divenire, in quanto molteplicità, conflitto, contraddizione, uniti nell’eterno divenire e nell’assurda mediazione dell’imponderabilità della natura.  Nella rovina, la forma non risponde ad una finalità umana, ma emerge dall’intreccio accidentale e assurdo tra natura e spirito, finalità e imponderabilità, passato e presente, in una tensione che non si risolve più nell’artificio armonico della forma architettonica, ma emerge dal continuo divenire generato dal conflitto costantemente in atto tra gli opposti; un conflitto che inesorabilmente conduce al definitivo  ritorno alla terra, la buona madre di Goethe.

 

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