DANTE E LA SARDEGNA #divinacommedia #medioevo #giudicati

barattieri

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna
fin nel Morrocco e l’isola de’ sardi
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Il racconto che il sommo poeta mette in bocca a Ulisse nel XXVI canto dell’Inferno, appare geograficamente un po’ confuso, con la Sardegna messa in prossimità dell’estremo occidente mediterraneo. Ma, si sa, la poesia ha le sue regole metriche, tali da giustificare la licenza poetica, anche a costo di scombussolare la geografia. Più preciso dal punto di vista geografico, il padre della lingua italiana lo è nel XVIII canto del Purgatorio, parlando del percorso notturno della luna:

E correa contro’l ciel per quelle strade
che’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra sardi e’ corsi il vede quando cade.

Gli eventuali soggiorni di Dante in Sardegna non sono suffragati da alcuna testimonianza certa, ma d’altra parte sussistono indizi per ritenerli quantomeno molto probabili. In primo luogo, la fraterna amicizia giovanile con il coetaneo Ugolino (detto Nino) Visconti,  il Nin gentil ricordato nell’VIII canto del Purgatorio, ultimo Giudice di Gallura, morto poco più che trentenne qualche anno prima del fatidico 1300:

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
Giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra’ rei!

Dopo aver pregato Dante di raccomandarlo alle preghiere della figlia, visto che la sua vedova non aveva perso tempo per riaccasarsi e dimenticarlo, Nino, sdegnato, afferma che il gallo di Gallura avrebbe ornato la sepoltura di questa meglio della vipera, stemma dei Visconti milanesi, al cui casato apparteneva Galeazzo, sposato in seconde nozze dalla sua vedova, Beatrice d’Este:

Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura».

Inoltre, i traffici intensi e plurisecolari tra Pisa e l’isola avevano reso la rotta relativamente tranquilla e veloce, anche grazie alla presenza dell’Arcipelago Toscano che abbreviava notevolmente il tratto di mare aperto. Non è da escludere, in ultimo, un eventuale soggiorno nell’isola durante il servizio reso, negli anni dell’esilio, alla famiglia Malaspina che aveva interessi non secondari in Sardegna. Già nel tardo ottocento, il dantista Tommaso Casini, dopo aver evidenziato gli indizi or ora esposti, si spinse oltre: a suo parere, successivamente ripreso dallo studioso sardo Pantaleo Ledda, la descrizione della montagna del Purgatorio sarebbe scaturita dalla visione dell’Isola di Tavolara, com’è noto situata appena fuori dalla rada di Olbia, allora chiamata Civita. Ad ogni buon conto, che il sommo poeta abbia attinto direttamente dalle sue esperienze o dai racconti di amici o altri frequentatori della Sardegna, l’isola è ben rappresentata nell’opera di Dante, sia con riferimenti a non comprovate usanze (probabilmente frutto dei racconti di marinai e mercanti), sia con precise notizie su eventi che caratterizzarono le torbide fasi finali dei Giudicati di Gallura e Logudoro.

Proprio i protagonisti delle vicende finali dei due giudicati vengono posti dal poeta nella V Bolgia dell’VIII Cerchio dell’Inferno (XXII canto), immersi nella pece bollente per punizione del loro essere barattieri, avendo approfittato delle loro cariche pubbliche per arricchirsi indebitamente. Sono Frate Gomita (Comita) e Michele Zanche:

«Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
Danar si tolse, e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.

Il primo fu nominato Vicario del Giudicato di Gallura per conto (appunto) di Nino Visconti, ma si lasciò andare a tali abusi e corrutele da costringere il legittimo Giudice al rientro a Civita per far condannare Gomita all’impiccagione. Michele Zanche, di ricca famiglia sassarese (donno), fu siniscalco di Re Enzo, il figlio naturale di Federico II e sposo dell’ultima Giudicessa di Torres Adelasia. Quando, dopo appena un anno di matrimonio, Enzo abbandonò l’isola per affiancare il padre nelle guerre contro papato e comuni, nominò vicario per il Giudicato Michele Zanche, il quale sfruttò la carica per arricchirsi indebitamente. Interessante, nel brano dantesco che li riguarda, l’osservazione ancora attuale e pertinente sui sardi che, generalmente poco loquaci, quando s’incontrano tra conterranei in terra straniera sciolgono le loro lingue in fluviali e nostalgiche rievocazioni dell’amata terra madre.

Lo stesso Michele Zanche ritorna in uno dei più celebri canti del poema dantesco, il XXXIII dell’Inferno, ambientato nell’Antenora e nella Tolomea, dove sono puniti rispettivamente i traditori della patria e degli ospiti. Nella prima parte del canto, troviamo un altro personaggio legato alla Sardegna, in particolare alle miniere dell’iglesiente, anche se nel brano non si fa riferimento all’isola: il Conte Ugolino della Gherardesca, fatto morire di stenti insieme ai suoi figli nella torre pisana della Muda (anche se una leggenda sarda vorrebbe il dramma consumato nel Castello di Acquafredda, presso Siliqua, avamposto orientale dell’iglesiente). Ma dicevamo di Michele Zanche, suocero di Branca Doria, a sua volta antenato del marito di Eleonora d’Arborea, protagonista indiretto della seconda parte del canto. E’ un altro dannato, Frate Alberigo, a narrare a Dante le sue vicende:

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,
che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.

Il nobile genovese, figlio di Preziosa di Torres, sorella di Adelasia, contrasse matrimonio con la figlia di Michele Zanche, Caterina, ma nonostante ciò, impaziente di entrare in possesso di tutti i diritti su quel che rimaneva del Giudicato, intorno al 1275 invitò a banchetto il suocero e lo uccise, secondo le cronache dell’epoca, facendolo successivamente a brani, con l’aiuto di un suo attendente. Branca Doria, in realtà, morì molto dopo la stesura della Divina Commedia, non prima del 1325, ma Dante, vista la particolare efferatezza del suo delitto (forse, anche per ragioni di personale antipatia), fece precipitare all’inferno la sua anima, mentre un diavolo prendeva possesso delle sue fattezze mondane. La sua pena consiste nell’essere imprigionato nel lago ghiacciato di Cocito; solo la testa emerge, ma rivoltata all’in giù, in modo che le lacrime si congelino all’istante, così da amplificare la sofferenza, piuttosto che dare sollievo al dolore. Una leggenda, priva di qualsiasi fondamento, vorrebbe che Branca Doria si fosse vendicato della sorte a cui lo aveva destinato Dante, facendolo pestare dai suoi sgherri in una via di Genova.

Altri più generici riferimenti alla Sardegna sono presenti nel XXIX canto dell’Inferno e nel XXIII del Purgatorio. Nel primo, Dante paragona i lamenti dei dannati della X Bolgia dell’VIII Cerchio, dove sono puniti gli alchimisti, ricoperti dalle croste purulenti della scabbia, con quelli dei malati di malaria della Sardegna, della Maremma e della Valdichiana:

Qual dolor fora, se de li spedali,
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.

Nel XXIII Canto del Purgatorio, il sommo poeta, riferendosi all’usanza (non accertata) delle donne barbaricine di andare in giro con il seno scoperto, mette in bocca all’amico Forese Donati la considerazione che comunque erano meno scostumate delle fiorentine. Forese, salvato da più severa espiazione grazie alle preghiere della sua vedova Nella, evidenzia la virtù della fedele consorte in confronto ai dominanti costumi delle donne fiorentine, di ancor più dubbia moralità delle barbaricine:

Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.

Su questo riferimento gli studiosi sardi si son divisi: Dionigi Scano e Pantaleo Ledda sostenevano trattarsi di una leggenda priva di alcun fondamento, reputando più verosimile l’opposto, ovvero un’eccessiva copertura del corpo; contrariamente al medievista Alberto Boscolo che invece né sosteneva la veridicità, portandone a prova un intervento dei vescovi contro tale usanza, avvenuto due secoli dopo.

Un ultimo importante riferimento non è contenuto nella Divina Commedia, bensì nel De vulgari eloquentia, il trattato in latino con cui Dante voleva dimostrare la dignità della lingua volgare. In questo caso, il poeta fiorentino prese una cantonata: scambiò il conservatorismo dell’idioma sardo per uno scimmiottamento della nobile lingua dei padri. Una considerazione abbondantemente sconfessata da generazioni di linguisti, visto che il sardo, nelle varianti barbaricina e logudorese, è considerato a pieno titolo una lingua romanza, per giunta quella con il minor grado di evoluzione dal latino.

Certo, da quanto emerge dai molteplici riferimenti, non si può dire che Dante abbia avuto un occhio di riguardo nei confronti della Sardegna, ma da uno che inveiva persino contro la sua Firenze, che si augurava che le isole Capraia e Gorgona ostruissero la foce dell’Arno per inondare Pisa, che i genovesi venissero cancellati dalla faccia della terra, eccetera, eccetera, non ci si sarebbe potuto aspettare la benevolenza. In ogni caso, le considerazioni dantesche rappresentano un’ulteriore testimonianza di come le vicende della Sardegna tardomedievale non fossero per nulla avulse dal coevo contesto italiano.

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