LE SPECIFICITA’ DEL CINEMA #specificofilmico #montaggio #arte

cinema teatro

Assoluto protagonista del dibattito sul cinema, almeno fino a qualche decennio fa, il cosiddetto “specifico filmico” è ciò che caratterizza peculiarmente il cinema in rapporto alle altre arti. Intellettuali e autori della settima arte si sono soffermati in particolare su due aspetti: l’impressione della realtà in movimento e il montaggio. L’adesione totale alla realtà accomuna il cinema alla fotografia, ma mentre in questa essa è cristallizzata in  un momento particolare, il cinema consente di imprimere la realtà nel suo sviluppo temporale. Per adesione totale alla realtà non intendo il realismo, ma la capacità di rappresentare il dato oggettivo in sé, senza il filtro della soggettività. Nel più rigoroso realismo pittorico, il dato oggettivo rappresentato è inscindibile dall’interpretazione soggettiva dell’artista; nelle arti teatrali, data l’astrazione logistica della scena, esso assume una connotazione imprescindibilmente funzionale alla rappresentazione; nel cinema, il piano oggettivo e quello soggettivo (determinato dalle scelte tecniche del regista in fase di ripresa e di montaggio) procedono paralleli: il dato oggettivo è presente contemporaneamente in sé e nella prospettiva soggettiva che il regista gli da. Il dato oggettivo non viene trasceso nella soggettività, quanto piuttosto nella costante dialettica tra i due piani.

Anche per il montaggio non si può parlare di un’assoluta ed esclusiva peculiarità del cinema: ancor prima dell’invenzione dei fratelli Lumiere, letteratura e teatro avevano fatto ricorso a procedimenti assimilabili al montaggio cinematografico, attraverso l’inserzione di segmenti narrativi e rappresentativi in grado di variare lo sviluppo lineare delle opere. Ciò che rende peculiare il montaggio filmico è il suo non essere affatto un semplice espediente opzionale, utilizzato per arricchire una linearità comunque già in grado di sostenere autonomamente l’opera. Per riprendere la felice definizione di Bèla Balàsz, uno dei padri dell’estetica cinematografica, il montaggio cinematografico opera come delle forbici poetiche, ovvero un atto meccanico che determina intrinsecamente la poetica dell’opera. Non si può in assoluto negare la possibilità di creare un film esteticamente valido costruito su un unico piano sequenza: non conosco Arca russa di Sokurov, comunque girato in digitale, e il tentativo di Hitchcock (Nodo alla gola, 1948) dovette ripiegare, causa l’insufficiente metraggio delle bobine, su 11 piani sequenza e l’effetto di continuità venne raggiunto paradossalmente attraverso una sia pur invisibile operazione di montaggio. Ad ogni buon conto, nello sviluppo storico della settima arte, il montaggio ha costituito la tecnica più peculiare ed esteticamente caratterizzante del cinema.

Altre specificità filmiche, comunque non di esclusiva pertinenza del cinema, sono la plurivocità multimediale di cui il film, in quanto contenitore di differenti espressioni artistiche, si fa portatore e il preponderante carattere pubblico della sua fruizione. Entrambe accomunano il cinema alle arti teatrali in quanto sintesi di differenti linguaggi artistici. Il mezzo filmico funge al contempo da contenitore e da medium estetico aggiunto. Il teatro offre una gamma di percezioni più ampia, data la presenza fisica del pubblico durante la messa in opera della rappresentazione.  Il pubblico teatrale agisce sulla messa in opera, quello cinematografico interviene ad opera già compiuta. Allo stesso tempo, il rapporto diretto e costante col pubblico costringe teatro e cinema a trovare necessariamente un punto di equilibrio tra l’intrattenimento e la riflessione. In definitiva, lo specifico filmico non è da ricercare in un elemento particolare, ma nella sintesi delle sue specificità; sintesi che si è realizzata soprattutto attraverso il montaggio, al quale è stato affidato il compito di definire ritmicamente la poetica e la filosofia del film.

 

 

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