GIANT STEPS #jazz #coltrane #sperimentazione

giant steps

Dopo le registrazioni dell’epocale Kind of Blue di Miles Davis nel tardo inverno del 1959, John Coltrane, posto sotto contratto dalla Atlantic Records grazie al diretto interessamento dello stesso Davis, decise che era giunto il momento di pubblicare un album di proprie composizioni. Partendo dalle sperimentazioni modali del sestetto del grande trombettista, Coltrane volle arrivare alla codificazione di una nuova forma jazz, capace di fondere la didattica con la libertà creativa, la tradizione e l’avanguardia colta con quella del jazz più genuino, la tecnica rigorosa con la più intima spiritualità, la complessità concettuale con l’estro e l’istinto improvvisativo, la matematica con la trascendenza. La prima sessione di registrazione venne effettuata tra la fine di marzo e l’inizio d’aprile del 1959, dal quartetto formato, oltre che dal sax tenore del leader, dal contrabbasso di Paul Chambers, dal piano di Cedar Walton e dalla batteria di Lex Humphries, ma nessuna delle tracce incise venne inclusa nel disco ufficiale. Le sessioni in cui vennero registrate quasi tutte le tracce del disco avvennero il 4 e il 5 maggio, con un quartetto comprendente oltre a Coltrane e Chambers, Tommy Flanagan al pianoforte e Art Taylor alla batteria. Infine, un’ultima sessione venne effettuata il 2 dicembre con Coltrane e Chambers affiancati da Wynton Kelly al piano e Jimmy Cobb alla batteria (tutti gli elementi di questo quartetto avevano partecipato alle registrazioni di Kind Of Blue). In questa sessione venne registrato l’unico brano dell’album non proveniente dalla sessione di maggio: la ballata tenera e struggente Naima, dedicata alla prima moglie e destinata a diventare uno dei più celebri brani di Coltrane, nonché uno standard riproposto da numerosi jazzisti di primo livello, tra i quali Archie Shepp, John Mclaughlin, Pharoah Sanders, Jaco Pastorius ed Herbie Hancock.

La title track che apre il disco è un vero e proprio manifesto programmatico della svolta di Coltrane, costruito su una vertiginosa progressione circolare, con il centro tonale che compie balzi di terza maggiore (i passi del gigante del titolo) sulle scale delle tre tonalità Si, Mib e Sol, un modulo di impressionante difficoltà, eppure limpido e ordinato, passato alla storia come Coltrane Changes. A seguire il blues frenetico Cousin Mary, dedicato alla cugina del geniale sassofonista. Derivata da Tune up di Miles Davis, la vertiginosa quanto breve improvvisazione di Countdown rappresenta un’illuminante dimostrazione dell’applicabilità dei Coltrane Changes al free-jazz, così come Spiral certifica la loro capacità di interagire con la tradizione rinnovandola. Syeeda’s song flute, brano dedicato alla figlia di dieci anni, addirittura mostra il potenziale ludico del modulo coltraniano e la già citata Naima un’insospettabile delicatezza nel narrare il suo intimo sentimental mood. Chiude il disco Mr P.C., altro blues frenetico  dedicato allo stimato contrabbassista Paul Chambers, unico ad aver suonato in tutte le sessioni di registrazione di Giant Steps. Sostenuto da una profonda meditazione spirituale e concettuale, il capolavoro di Coltrane è uno dei pochi dischi per i quali non si può che ricorrere all’abusata definizione di pietra miliare. Un punto di svolta epocale, scaturito dalla fusione tra le importanti esperienze maturate e il profondo interesse per gli sviluppi della tonalità nell’ambito della tradizione colta, dai francesi Fauré, Debussy e Ravel a Stravinsky, Hindemith e Bartok. Ma, a mio parere, il parallelo più interessante credo che possa essere fatto con la rivoluzione dodecafonica di Schoenberg, vuoi per la tendenza alla serialità compositiva, vuoi per il ricorso a retrogradazioni e inversioni delle scale, fermo restando che il lavoro di Coltrane rimane nell’orizzonte, per quanto precario, della tonalità. Grazie a questo profondo lavoro concettuale, con Giant Steps (e qui sta la cifra più importante), oltre a dare un contributo fondamentale alla stagione del jazz modale e free, Coltrane portò a compimento il percorso del jazz verso il raggiungimento della piena dignità di musica colta, intrapreso già dai primordi del genere afroamericano e passato per le mani di Gershwin, Ellington,  Monk, Davis e tanti altri.

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