QUALE SINISTRA? #sinistra #destra #politica

Sinistra

Il doveroso dibattito a sinistra, stimolato dall’avvento di Matteo Renzi e dal suo porsi dichiaratamente oltre le tradizionali categorie politiche, rischia di naufragare, manco a dirlo, in una sterile polemica sul sesso degli angeli. La contrapposizione tra renzismo e sinistre, culminata e esemplarmente sintetizzata  nelle opposte manifestazioni dello scorso weekend, agevola il consolidamento della vocazione maggioritaria del premier, piuttosto che ridimensionarla e riportarla nel solco della tradizione. Non si può pensare di contrapporsi ad una prospettiva dichiaratamente post-ideologica come quella renziana con l’accusa costante dell’appartenenza a una destra demonizzata, come non si può pensare di proporsi credibilmente sulla scena politica seguendo lo stesso metodo. La demonizzazione della destra, giustificata dal ventennio fascista e dalle cupe ombre che esso ha proiettato almeno sui primi cinquant’anni della democrazia italiana, ormai è divenuta una tara culturale che impedisce la maturazione di una normale dialettica democratica tra le diverse posizioni politiche. Continuare a etichettare ogni ipotesi che non sia ascrivibile alla sinistra tradizionale come autoritaria e antidemocratica, non giova a una sinistra che voglia farsi interprete della complessa realtà contemporanea e contribuisce al mantenimento delle zone d’ombra tra l’ipotesi di una destra liberale e democratica e nostalgismi fascisti.

Ci sarebbe piuttosto bisogno di una sinistra (poco importa se nella forma di un nuovo soggetto politico o di un asse tra minoranza Pd e sinistra parlamentare ed extraparlamentare) in grado di interloquire, nel caso anche facendo ricorso a toni sferzanti, con Renzi; una sinistra che abbandoni definitivamente la sua vocazione escatologica, capace ormai soltanto di creare una retorica stantia e una valigia di aspettative destinate irrimediabilmente alla delusione, per immergersi spassionatamente nelle criticità della realtà popolare italiana, senza star lì a rigirarsi nei sofismi per stabilire quanto sia di sinistra o di destra ogni questione particolare. Bisognerebbe avere l’umiltà di mettersi sulle tracce di Renzi, non per replicarne l’orizzonte politico, ma per  comprenderne fino in fondo l’innovativo approccio alla ricerca del consenso e della sintesi politica. Bisognerebbe avere l’umiltà di riconoscere che il successo di Renzi non è dovuto a chissà quali trame oscure, ma a un talento politico straordinario, non solo sotto l’aspetto comunicativo, ma anche nella capacità di leggere in modo pragmatico e tempestivo la realtà e di trovare un equilibrio variabile tra le diverse posizioni. Che questo successo sia destinato a durare o a sfumare dipenderà esclusivamente da due fattori: la prova dei fatti sulla reale capacità di Renzi di incidere positivamente nelle sorti del paese e la capacità delle altre forze politiche di proporre valide alternative.

La politica di Renzi è assolutamente in linea con la vocazione maggioritaria auspicata da Veltroni, all’atto di fondazione del Partito Democratico. Renzi sta portando avanti il tentativo di realizzare questa vocazione nell’unico modo possibile: oltrepassando il recinto tradizionale della sinistra, senza perdere la coscienza dell’appartenenza della propria base. La sua prospettiva Liberal-Socialista è l’unica a poter mantenere il Pd stabilmente al governo ed è iscritta nel Dna del partito. Poco importa che si consideri la sua politica di destra, di centro o di sinistra. Il suo destino politico verrà deciso dalla percezione che la cittadinanza avrà della sua azione politica e dei risultati ottenuti. Continuare a cercare la prova muscolare con Renzi è masochistico e rischia di ricamare sul personaggio la narrazione epica dell’eroe riformatore, francamente eccessiva. Piuttosto, una sinistra ben organizzata, non importa in quale forma, avrebbe tutti gli spazi di manovra per far si che nella politica renziana la componente socialista sia sempre più rilevante. Basterebbe farla finita con l’evocazione apocalittica ad ogni proposta del governo ed iniziare ad elaborare strategie comuni per riuscire a condizionarne la politica.

 

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