I CAMEO DI HITCHCOCK #cinema #thriller #delitto

cameo hitch

In principio fu una scelta pratica, alla quale non erano estranee ragioni economiche legate al contenimento del budget. Com’ebbe a rivelare nel saggio-intervista Il cinema secondo Hitchcock, curato da François Truffaut, l’idea di fare delle comparsate nei suoi film nacque per la necessità di contenere i costi: con la sua stazza, il maestro del brivido riempiva lo schermo quanto due o tre normali comparse. Così, ancor prima dell’avvento del sonoro, nel 1927, Hitchcock, durante le riprese di The lodger (Il pensionante), passò per ben due volte dall’altra parte della cinepresa: seduto nella redazione di un quotidiano e in mezzo alla folla, accalcatasi per assistere all’arresto di un serial killer da parte della polizia. Probabilmente, non mancavano anche delle motivazioni profonde, magari inconsce, di ordine auto-terapeutico: Hitchcock aveva sempre avuto un rapporto problematico col suo corpo in espansione, col volto né bello né affascinante e coi piedi piatti che lo costringevano ad una camminata da papero. Lasciar sfogare il proprio narcisismo, sia pure con buona dose di autoironia, dovette avere per il grande regista il valore di una rivalsa simbolica nei confronti di quei complessi fisici che tanto gli avevano pesato fin dall’adolescenza.

Ad ogni modo, la cosa parve funzionare e Hitchcock la replicò con una certa regolarità nei successivi film, fino a divenire un irrinunciabile marchio di fabbrica, una volta che, affermatosi a Hollywood, le sue apparizioni iniziarono ad essere immediatamente riconosciute dal pubblico. Chiaro che una trovata di successo come questa assunse presto anche una funzione di ritualità scaramantica, sempre benvenuta in un mondo così aleatorio come quello dello spettacolo. Non solo: il cameo si prestava facilmente anche per veicolare la promozione del film, aspetto che Hitchcock, figlio di commercianti, seppe sfruttare alla perfezione. Il gioco prese un po’ la mano e il maestro, per evitare che il pubblico venisse distratto dall’attesa della sua apparizione, decise di sbrigare la pratica del cameo nei primi minuti dei film, in modo che ci si potesse concentrare sulla trama senza distrazioni di sorta. Vezzo narcisistico, auto-psicanalisi, atto propiziatorio o gag fine a sé stessa, il cameo hitchcockiano sospende per qualche attimo la tensione, per ricordare al pubblico che, nonostante il vortice di coinvolgimento in cui il maestro abilmente fa piombare il pubblico, si tratta pur sempre di finzione cinematografica.

Il più delle volte, il senso di Hitchcock per il cameo si risolve in apparizioni casuali e ordinarie, mentre passeggia per strada, esce da una camera d’albergo, da una casa, da un negozio e altre situazioni comuni. Altre volte, è in situazioni più specifiche, come tra gli invitati di un ricevimento, insieme ai protagonisti del film,  in Notorius (1946) o chiamato per aggiustare un orologio a pendolo in La finestra sul cortile (1954). Ricorrente è il rapporto con i mezzi di trasporto pubblici, a volte delle vere e proprie gag, come la lettura del giornale in metropolitana, infastidito da un bambino vispo, in Ricatto (1929); il viaggio con strumenti ingombranti (violoncello, contrabbasso) come l’uscita dalla stazione in Il caso Paradine (1947) o il tentativo di salire sul treno di L’altro uomo (1951); il bus che gli chiude la porta in faccia in Intrigo internazionale (1959). Il senso ironico emerge spesso in maniera dirompente, come nel postino cow-boy di Sabotatori (1942); nella raffigurazione pubblicitaria per una cura dimagrante, sul giornale, in  Prigionieri dell’oceano (1943); nel bambino tenuto in braccio che gli urina addosso in Il sipario strappato (1966); nell’invalido che si alza, come se nulla fosse, dalla carrozzella per salutare un conoscente in Topaz (1969). Altre volte, l’ironia è accompagnata dalla scaramanzia, anche in una prospettiva di rovesciamento della ritualità, come nelle tredici carte di picche nel bridge di L’ombra del dubbio (1943).

Non sempre il cameo è in carne (abbondante) e ossa. Oltre alla già citata raffigurazione pubblicitaria, Hitchock appare, allo stesso tavolo del protagonista, in una foto di un ricevimento in Il delitto perfetto (1954). Di più: si va verso la stilizzazione della figura tondeggiante, sberleffo ai complessi giovanili, nell’ombra proiettata prima dei titoli di testa di Il ladro (1956), per raggiungerla nell’ultimo film, Complotto di famiglia (1976), in cui la sua inconfondibile silhouette appare dietro la vetrata opaca di un ufficio pubblico. Metacinematografico, ironico, incombente, il cameo hitchcockiano apre ad una molteplicità di rimandi, facendo di queste fugaci apparizioni dei microfilm paralleli, nei quali l’ingombrante presenza del maestro del brivido si fa leggera ed eterea, sospesa in un bonario straniamento che invita a non prendere mai troppo sul serio il drammatico teatro della vita.

Camei di Alfred Hitchcock – Wikipedia

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