DIVIDE ET IMPERA #governorenzi #jobsact #opposizioni

renzi

Confesso di provare un crescente senso di imbarazzo, ogni qualvolta mi accinga a scrivere una sia pur modesta analisi dell’attualità politica italiana. Lo strapotere di Renzi è tale che, per uno come me abituato a stare sempre dalla parte dei perdenti, uno che da ragazzino tifava sempre per le squadre che riuscivano ad opporsi in qualche modo alla Juventus, dovrebbe essere fisiologico incaponirsi nel fare le pulci al giovane premier. E Matteo Renzi non è certo uno che va per il sottile: se c’è da forzare la mano, pur di portare avanti i suoi piani in divenire (veri e propri work in progress), a costo di rendersi antipatico, lui non si tira indietro. Questo, in politica, può essere visto come arroganza, inopportuna in democrazia, ma anche come coraggio, essenziale per chi deve prendere le decisioni. Ma, per quanto possano risultare indigeribili i suoi modi, non gli si può non riconoscere l’abilità politica con cui sta dominando la scena, anche grazie alla pochezza assoluta delle alternative. Dissidenze interne, opposizioni varie, sindacati: Renzi sta esercitando su tutti l’aurea legge del Divide et Impera in maniera esemplare e senza ricorrere a bassezze politiche, ma semplicemente portando ognuno verso l’arroccamento sulle proprie posizioni, evidenziando la loro frammentazione e mostrandosi all’opinione pubblica come l’unico elemento dinamico e concreto della politica italiana.

A guardare il panorama della variegata opposizione antirenziana, pare di essere davanti alla Parabola dei ciechi di Bruegel il Vecchio. Persino Landini, per carisma e caratura politica l’unico a poter reggere un confronto da sinistra con Renzi, pare aver perso la sua abilità nel coniugare mediazione e radicalismo, orientandosi verso un duropurismo inoffensivo e anacronistico che, visti i rapporti di forza, è destinato ad essere immolato sotto il rullo compressore fiorentino. Gli unici che riescono a mantenere le posizioni di fronte all’avanzata irresistibile di Renzi sono la Lega e Forza Italia. I primi, hanno trovato in Renzi l’avversario ideale per ritornare alle origini e far dimenticare al loro fortunatamente ristretto elettorato anni di governo sterili e di scandali. Berlusconi, dal canto suo, è riuscito a ricompattare Forza Italia, facendola sfilare dal voto di fiducia sul Jobs act, senza compromettere i rapporti con Renzi. L’operazione del premier sul Jobs act, con l’irrituale richiesta di fiducia su una legge delega, è stata senza dubbio una forzatura, ma davanti all’opinione pubblica appare come un atto dovuto, visto il tema emergenziale e il caos cercato dalle opposizioni.

Chiosando, non ho le competenze per entrare nel merito sull’Articolo 18, ma vorrei fare semplicemente qualche considerazione. Non ho gli strumenti per esprimere una previsione su eventuali miglioramenti o peggioramenti che la nuova riforma del lavoro apporterà, sia per i diritti che per il dinamismo dell’economia, ma non mi pare che il Jobs Act sia l’anticamera dello schiavismo. L’Articolo 18 è modellato su un mercato del lavoro ormai sorpassato, in cui la grande e media  industria la facevano da padrone. Prova ne sia il progressivo ridursi di lavoratori tutelati da esso, negli ultimi decenni, e il conseguente calo di applicazioni effettive della norma. Il Jobs Act riduce la discrezionalità dei giudici nei casi di reintegro per motivi disciplinari, solo per le nuove assunzioni. Se ne è voluto fare una barricata che Renzi non ha avuto problemi a spianare, senza preoccuparsi delle polemiche sulle forzature della sua strategia. Ad ogni buon conto, tutta questa polemica è segno che bisognerebbe recuperare un minimo rapporto di fiducia e di cooperazione tra lavoratori e datori di lavoro, senza le quali un sistema economico non può che essere malato e incapace di evolversi e di tirarsi fuori dal pantano.

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