I GRECI, SHAKESPEARE E L’HYBRIS #uomo #dio #animalità

uomo vitruvioIl concetto di Hybris è centrale nella mitologia, nell’epica e nella tragedia greca. Con esso si definisce in primo luogo la tracotanza degli uomini (ma anche dei semidei), il volersi assimilare agli Dei, suscitando la loro vendetta. Ma nella natura stessa dell’uomo, sospesa tra il divino e l’animalità, l’Hybris assume un’ambivalenza: da una parte, appunto, la tentazione di paragonarsi agli Dei, l’ambizione senza freni; dall’altra, il costante baratro della regressione alla bestialità, in cui si sprofonda quando ci si fa inghiottire dal vortice delle passioni. Icaro sintetizza questa ambivalenza: la tracotanza nel voler superare i limiti imposti dagli Dei, attraverso un’ibridazione animale (l’uomo uccello). Prometeo paga la sua Hybris per generosità e senso di giustizia: egli vuole liberare gli uomini dall’animalità e fa loro dono del fuoco, fino allora di esclusiva pertinenza degli Dei. Il suo supplizio appare umanamente ingiusto, ma la sua Hybris viene così duramente punita perché essa, innalzando gli uomini sopra lo stato animale, li ha posti in condizione di commettere a loro volta il peccato di Hybris. In Edipo, l’Hybris, rappresentata dall’eccessiva fiducia nell’infallibilità del proprio metodo d’indagine, è accompagnata da una doppia caduta nella bestialità, sia pure inconscia e nonostante il re tebano avesse fatto di tutto per eludere la fatale premonizione: il parricidio e l’incesto.

Shakespeare è sicuramente l’autore della cristianità che ha più profondamente reinterpretato il concetto di Hybris. Basta prendere ad esempio quattro opere della maturità: Amleto, Macbeth, Re Lear e La tempesta. L’esposizione più lineare del concetto appare nel Macbeth, nel protagonista giocato dalla sua ambizione, fino all’illusione di poter piegare anche il soprannaturale ad essa; le streghe e la Lady, personificazioni della sua ambizione, alla fine si rivelano come mezzi messi in atto dal divino per punire la sua Hybris; il soprannaturale che pareva legittimare la sua ambizione viene spazzato dall’imprevedibile logica della natura (il non nato di donna e la foresta che cammina, inedita ibridazione uomo-pianta). In Amleto, l’Hybris è più sofisticata:  il Principe danese, come Prometeo, è mosso da una volontà di giustizia; il suo peccato è credere di poter essere lui a rimettere il mondo in sesto. La sua Hybris, questo suo voler sperimentare su sé stesso d’essere oltre i limiti umani, anticipa quelle di due archetipi del contemporaneo come Achab e Raskolnikov. La bestialità, il fratricidio (senza contare che Amleto considera il rapporto tra Claudio e Gertrude un incesto), viene annunciato dallo spettro e smascherato dal teatro.

In Re Lear, l’Hybris si fa frammentaria: il protagonista, per vanagloria, nega l’amore paterno alla figlia Cordelia, l’unica a provare un sincero sentimento filiale; lei stessa, d’altronde, per eccesso di sincerità, compie comunque un’insubordinazione nei confronti del padre, anche se meno grave di quella commessa dalle due sorelle Regana e Gonerilla. La bestialità non è più circoscritta, ma dilaga sulla scena del dramma, rendendola apocalittica; anche i vincoli di sangue, primi baluardi sui quali si regge la civiltà, vengono sepolti dalla Hybris generale. Re Lear non ha contatti col soprannaturale, ma tratta gli elementi naturali come se fossero personificazioni della punizione per la sua Hybris; il suo rapportarsi ad essi, nella celebre scena della tempesta, rappresenterebbe una nuova Hybris, se non fosse un delirio di impotenza palesemente patetico.

Prospero supera la Hybris, in una rinnovata armonia con gli elementi naturali e soprannaturali. La bestialità si fa caricaturale, assumendo le sembianze mostruose di Calibano. Prospero è l’uomo nuovo che ha raggiunto l’equilibrio, capace di sfruttare al meglio le proprie conoscenze, senza oltrepassare i limiti imposti dal divino. Nel rapporto col soprannaturale, si compie la parabola dell’Hybris shakespeariana: da Macbeth che crede di averlo piegato alla sua ambizione e finisce per esserne completamente in balia, ad Amleto che relega il soprannaturale ad indizio per l’accertamento della verità, da comprovare con la messa in scena teatrale; da Re Lear, orfano del soprannaturale che cerca negli elementi naturali il dialogo con la volontà divina, a Prospero che raggiunge l’armonia di tutti gli elementi attraverso la conoscenza e la saggezza.

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2 risposte a I GRECI, SHAKESPEARE E L’HYBRIS #uomo #dio #animalità

  1. Antonello Catide ha detto:

    Come scordarsi dell’Ulisse di Dante ?? Viene punitoperchè va oltre i limiti imposti all’uomo dal Dio della Tomistica ma è chiaro che Dante parteggi per lui riconoscendosi nel signore di Itaca.

  2. Roseo Futuro ha detto:

    Dante compatisce molti dei personaggi che colloca all’Inferno: dire che parteggi per questi è inesatto. Nel caso di Ulisse, per quanto questi sia mosso da un inesausto quanto nobile anelito di conoscenza, egli non accoglie in sé la grazia divina, e dunque nell’oltrepassare la conoscenza dei limiti umani, non è in grado di conciliare l’abisso, l’informe, il caos, con quelli che sono i valori dell’uomo e della civiltà: della perfezione delle forme a cui deve tendere, in Dio.

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