CONSIDERAZIONI SULLA DEA MADRE #archeologia #sacro #grandemadre

dea madreImmaginiamo che la nostra civiltà, fondata sulla centralità della religione cristiana, collassi e per alcuni secoli venga sepolta dall’oblio. L’archeologo del futuro che scavasse in un luogo di culto più o meno importante, si troverebbe di fronte due figure dominanti: una donna regale, serena, luminosa ed un uomo perlopiù raffigurato in situazioni penose, crocifisso, flagellato, deposto in un sepolcro. Cosa dovrebbe pensare quell’archeologo della civiltà che ha partorito una simile iconografia? Stando alle conclusioni che si vorrebbero trarre su determinati periodi del nostro passato, dovrebbe dedurre che quella civiltà scomparsa fosse rigorosamente matriarcale e che ai maschi fossero riservati i lavori più umili e faticosi e posizioni sociali di assoluta subalternità. Noi sappiamo benissimo che le cose non stanno affatto così; ciò nonostante, abbiamo la tendenza ad arrivare a frettolose conclusioni sulla base di ritrovamenti che, per quanto possano essere numerosi, rappresentano pur sempre un campione infinitesimale della cultura di appartenenza, specie se si tratta di reperti che affondano nel buio di una preistoria datata migliaia (se non decine di migliaia) di anni fa.

E’ il caso delle raffigurazioni della cosiddetta Dea Madre o Grande Madre, statue perlopiù di piccole dimensioni ritrovate in diverse zone europee, asiatiche e africane e ascrivibili a un lungo periodo della preistoria che va dal Paleolitico Superiore all’Eneolitico, con caratteristiche successivamente riproposte e diversificate in divinità femminili dei Pantheon delle civiltà monumentali e classiche, fino alla figura della stessa Madonna. Alla grande archeologa lituana Marija Gimbutas si deve il più imponente e dettagliato tentativo di ricostruzione dell’evoluzione del culto legato a queste raffigurazioni; ricostruzione evidentemente difficile e inevitabilmente aleatoria, vista l’ampiezza dei periodi di tempo e dei territori che sono stati interessati da questo culto. La Gimbutas, pur evitando di parlare di matriarcato, quanto piuttosto di matrifocalità e di maternalismo (evidentemente intuendo, da donna straordinariamente intelligente qual era, i pericoli di strumentalizzione della sua ricostruzione in funzione di un estremismo femminista revanscista nei confronti del maschio), giunse comunque alla conclusione, a mio parere arbitraria e manichea, di una continuità culturale dal Paleolitico Superiore a tutto il Neolitico, fondata sulla centralità della Dea Madre; una civiltà pacifica e egualitaria, in cui la figura femminile era il punto di riferimento della comunità, destinata a durare fino alle invasioni dei bellicosi Indoeuropei che instaurarono il patriarcato, la società divisa in caste e il militarismo.

La rappresentazione della Dea Madre, com’è noto, inizialmente steatopigia (dai glutei abbondanti), con forte evidenziazione degli attributi sessuali e dell’essere fonte di vita e di nutrimento, rimase legata a questo modello fino al Neolitico antico, assumendo prerogative sempre più complesse, per subire successivamente una stilizzazione astratta e geometrica, fino alla frantumazione in divinità specializzate dalle quali deriverebbero numerose divinità femminili della storia antica e non solo. Il processo di stilizzazione è ben rappresentato in Sardegna, dove in un  arco di tempo relativamente breve si è passati dalla cosiddetta Venere di Macomer, di indubbia ascendenza paleolitica e di incerta attribuzione (tra la fine del Paleolitico e l’inizio del Neolitico, dal 10000 al 5000 ca. a.C.), alle diverse rappresentazioni della Dea ascrivibili alla Cultura di Bonu Ighinu (V-IV millennio a.C.), dalle forme ancora abbondanti, ma con una raffinata cura del dettaglio e un senso inedito dell’ordine (forse specchio di un’organizzazione del sacro e della società ben strutturata), fino alla stilizzata Venere della cultura di Ozieri, nella caratteristica forma a croce, con lineamenti e attributi sessuali appena accennati; echi della Dea Madre si possono ritrovare nella bronzistica nuragica, in particolare nella cosiddetta Madre dell’ucciso di Urzulei e quelle di Serri, interpretate come madri imploranti per i loro figli o come Dee Madri con figli divini.

A sostegno della tesi matriarcale si è avanzata l’ipotesi che l’uomo, non avendo ancora messo in relazione l’atto sessuale con la gravidanza e il parto, ritenesse la donna in grado di generare autonomamente. Questa tesi sottovaluta le capacità intuitive e analogiche dell’uomo preistorico che già da un buon milione di anni era capace di manipolare il fuoco e di utilizzarlo per cacciare le prede e per difendersi dai predatori. Si è anche sostenuto erroneamente, come chiarito dalla stessa Gimbutas, che la Dea Madre sia stata la prima e per lungo tempo unica divinità. In realtà, parallelamente alla Dea Madre (forse addirittura con qualche anticipo, stando alle datazioni più aggiornate), si sviluppò un’altra forma di religiosità legata alla rappresentazione parietale di scene di caccia, attività prettamente maschile e principale fonte di sostentamento per gli uomini del Paleolitico. In particolare, emerse una figura ibrida o comunque simulante l’ibridazione tra uomo e animale, attraverso l’utilizzo di maschere, pelli, corna ecc.; figura che suggerisce la pratica sciamanica. D’altronde, mi pare poco credibile che in comunità dove la caccia aveva un ruolo ancora preponderante, la figura femminile potesse rivestire un ruolo centrale.

Accanto alla caccia, piuttosto, come attività sussidiaria, c’era la raccolta. Mettiamola così: più o meno contemporaneamente, in zone fortunate per la caccia e/o per la raccolta, si manifestano due atteggiamenti ascrivibili alla sfera del sacro. Il primo è direttamente propiziatorio per l’attività umana, pratico, utilitaristico, maschile; il secondo è legato ai grandi interrogativi della vita, più concettuale e astratto, consolatorio, femminile. La crisi della caccia successiva alla fine dell’ultima glaciazione fece acquistare sempre più centralità alla Dea Madre, facilmente adattabile alle necessità spirituali dei primi agricoltori. Forse in questo frangente, una volta raffinate le tecniche agricole e dell’allevamento e messo a regime un ciclo produttivo in grado di sostenere la pressione demografica, si poté realizzare quella società armoniosa e prospera pensata da Marija Gimbutas (la mitica età dell’oro?), prima che criticità legate alla produzione agricola o alla pressione demografica (la stlizzazione e l’astrazione, in quanto trascendenti, potrebbero essere proprio il segno di una crisi), o le brame di conquista di nomadi militarizzati, o ancora i flussi oceanici indoeuropei, non la facessero crollare. Non un matriarcato, probabilmente, ma comunità che riconoscevano e valorizzavano le prerogative femminili.

O forse la mitica età dell’oro fu quando i paleolitici trovarono i luoghi ideali per le loro attività di caccia e di raccolta e, grazie all’aumento di tempo libero, poterono liberare la loro capacità immaginativa e crearsi delle divinità da ingraziarsi e ringraziare. E perché no: proprio in questi luoghi dove la caccia e la raccolta erano più abbondanti, l’uomo, sulle ali delle sue capacità di astrazione e di analogia, iniziò a sperimentare la coltivazione delle specie vegetali e l’addomesticamento degli animali. Di sicuro, come rilevato da Jung, la figura della Dea Madre rappresenta un archetipo che attraversa tutta la storia dell’umanità, con caratteri che emergono in figure divine appartenenti alle più disparate culture del mondo.

 

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2 risposte a CONSIDERAZIONI SULLA DEA MADRE #archeologia #sacro #grandemadre

  1. Giuseppe Barbera ha detto:

    Mhà…. prima di parlare di questo argomento penso ci si debba lavare via dalla testa la concezione moderna che tra uomo e donna esistano contrasti e che siano esistite epoche e tempi con supremazie dell’ uno o dell’altra. Il cristianesimo è stato il primo momento, nella storia dell’umanità, in cui si è parlato di superiorità dell’uomo sulla donna. Nelle popolazioni precristiane di tutto il mondo c’è stata semplicemente una distinzione di ruoli, dettata dalle differenze naturali dei due generi. La donna è fisicamente più debole dell’uomo, pertanto i lavori pesanti era affrontati dai maschi, mentre le donne si occupavano di proteggere e conservare le ricchezze (cibi, metalli ecc.), l’uomo andava a fare legna e la portava a casa, la donna accendeva il fuoco (-ter nelle lingue indoeuropee) e curava che non si spegnesse… uomo e donna (p-ter e m-ter) convivevano e si completavano nelle loro differenze. Gli uomini oltre ad essere forti erano dolci, perchè altrimenti nessuna donna in antico avrebbe portato a termine una gravidanza, è chiaro che la donna gravida generava (come lo genera ancora oggi negli uomini virili) un’attrazione particolare, differente da quella per le ragazze, e nonostante eventuali atteggiamenti isterici riuscivano ad avere il loro uomo accanto. Le famiglie arcaiche dovevano essere molto più naturali e radicate rispetto a quelle moderne, perchè nessuna donna avrebbe potuto trovare nutrimento per sedopo il parto… certamente la placenta doveva essere mangiata dalle madri e ciò gli dava energia, ma la stanchezza di una puerpuera la rende inetta alla sopravvivenza da sola in una grotta, così come inetta è la prole umana senza la madre. L’istinto di paternità in quelle epoche trovava sicuramente una maggiore espletazione perchè le relazioni tra uomini e donne erano diverse. Oggigiorno si chiacchiera e si filosofeggia su questo binomio uomo-donna, ma quando un uomo ed una donna vivono da soli senza influenze esterne tendono a prendersi maggiormente cura l’uno dell’altra vicendevolmente, mentre l’epoca contemporanea li spinge stranamente allo scontro con tutti i suoi discorsi su cosa si deve accettare e cosa non va accettato; ma intanto la natura è di per se perfetta e se si accontanassero le malate concezioni della psicologia contemporanea a favore del naturale e sano istinto umano certamente la relazione uomo-donna funzionerebbe meglio.
    Posso farvene un esempio: generalmente nelle riunioni pre-parto le donne che pensano di essere più sveglie dicono ad altre che vedono troppo dipendenti dai mariti che quelli non le comprenderanno mai. E’ ovvio che due generi differenti non si comprenderanno mai (forse) ma si completeranno. Quante di loro sapranno che tra uomo e donna esiste un’alchimia che permette alla donna di partorire con facilità solamente quando è da sola col padre naturale del figlio che porta in grembo? Eppure io e mia moglie lo abbiamo sperimentato: abbiamo partorito in casa, in piena tranquillità, e solamente quando siamo rimasti da soli lei mi ha abbracciato più forte che mai, le acque si sono rotto, ed in 15 minuti è nata nostra figlia. Nessun ginecologo può sostituirsi alla Natura, vera divinità del nostro mondo, e la Natura ha fatto si che la donna partorisce con facilità quando è in sintonia col suo uomo. Se uomini e donne in antico avessero vissuto questi presunti contrasti superiore/inferiore o avessero vissuto nella convinzione di essere inferiore uno all’altra sicuramente l’umanità avrebbe smesso di perpetrarsi.
    Forse determinate persone dovrebbero smettere di fare presunte ricerche storiche senza aver prima fatto ricerche su se stessi, sulle proprie debolezze, sulle proprie convinzioni errate e sulle proprie follie; se un individuo non comprende prima la propria storia personale non può pretendere di comprendere quella degli altri uomini.

  2. Sal ha detto:

    Giuseppe, dire che solo dal cristianesimo si parlò di supremazia di uomo sulla donna non è storicamente molto coretto, visto che se si parla del monoteismo è l’ebraismo che ha introdotto il maschilismo ma c’è anche da dire che le religioni pagane, al contrario di quanto si pensa, erano molto spesso maschiliste e non meno quelle tribali, tanto che in Africa la pratica dell’infibulazione nasce con le religioni tribali e in seguito venne ripresa dall’Islam, e i greci inventarono la democrazia e il diritto di voto, ma le donne non potevano votare e di certo, pur se progredita rispetto ad altre società dell’epoca, la società greca non era proprio fondata sull’eguaglianza di genere.

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