OPERA E MUSICA STRUMENTALE #teatro #sinfonia #orchestra

operaGeneralmente, i grandi compositori d’Opera non sono altrettanto riconosciuti per i loro lavori sinfonici e cameristici, salvo restando il successo esecutivo in sede sinfonica di numerosi brani strumentali concepiti appositamente per l’Opera (ouvertures, sinfonie introduttive, preludi, interludi, intermezzi, suite). Eppure, già dai padri nobili, non sempre la specializzazione operistica ha precluso, per i compositori, la strada della musica puramente strumentale. Se Monteverdi limitò il suo lavoro extra-operistico a composizioni comunque vocali, quali in particolare i suoi celeberrimi nove Libri di Madrigali, già con Lully ci si trova di fronte a un musicista che passava senza soluzione di continuità dalla Tragedia in musica e dalla musica vocale sacra e profana alle più svariate forme compositive strumentali. Nel settecento, nonostante il crescente successo e l’apertura dei teatri pubblici avessero aumentato esponenzialmente le richieste di teatro in musica, con conseguente necessità di una sempre maggiore specializzazione, non mancarono di certo i musicisti che raggiunsero livelli assoluti sia nell’Opera che nella musica strumentale. Due nomi su tutti risultano paradigmatici nella definizione, si potrebbe dire, del compositore totale: Georg Friedrich Handel, pilastro della musica barocca, e Wolfang Amadeus Mozart, ancora oggi tra i più eseguiti musicisti, sia nel repertorio teatrale, che in quelli sinfonico e cameristico. Né furono gli unici a riscuotere consenso, quantomeno  tra i contemporanei, in entrambi i versanti della musica di tradizione colta.

La travagliata gestazione del Fidelio, unica Opera del sinfonista per eccellenza, Ludwig Van Beethoven, composta nei primi anni dell’ottocento, è sintomatica di una temperie che successivamente avrebbe visto operisti e sinfonisti in una posizione pressoché dicotomica, durante tutto il corso del siglo de oro dell’Opera. Non mancarono eccezioni, come Berlioz, grande riformatore dell’orchestra sinfonica e autore di alcune opere rimaste nei repertori (Benvenuto Cellini, I Troiani); o i russi Tchaikovsky e Musorskij che, oltre ad essere stabilmente nel repertorio delle orchestre sinfoniche di tutto il mondo, sono più o meno frequentemente ospitati dai teatri d’Opera, quantomeno e rispettivamente con le loro opere Eugenij Onegin e Boris Godunov. Anche altri compositori dell’est europeo, come Dvorak e Smetana, hanno mostrato dimestichezza in entrambi i versanti. Per gli altri grandi operisti del secolo, da Rossini a Verdi, da Weber a Wagner, da Bizet a Massenet, le frequentazioni dei repertori sinfonici riguardano perlopiù brani strumentali estrapolati (e a volte anche riadattati) dalle loro opere teatrali, sempre che non si voglia tener conto di lavori extra-operistici, ma pur sempre vocali, come lo Stabat Mater del pesarese e il Requiem del bussetano.

Nell’ultima grande stagione dell’Opera, dagli ultimi decenni dell’ottocento alla Seconda Guerra Mondiale, si è registrata una certa controtendenza. A rappresentare gli operisti puri è rimasta la scuola italiana, con Puccini in posizione di assoluta predominanza. Di contro, già un musicista come Richard Strauss, unico a poter stare al pari del lucchese, ha lasciato cospicui lasciti espressamente sinfonici, oltre ai capolavori assoluti dell’Opera come Rosenkavalier, Salomé e Elektra. Così come Shostakovic che, oltre alle monumentali sinfonie e al copioso repertorio orchestrale e cameristico, ha composto, tra le altre, un’Opera fondamentale per il teatro musicale del novecento come la Lady Macbeth del Distretto di Mcensk. Senza dimenticare Janacek, autore oltre che di un nutrito catalogo sinfonico e cameristico, di almeno tre opere che continuano a godere di una relativa attenzione, come La volpe astuta, L’affare Makropulos e Katia Kabanova. Discorso a parte merita Benjamin Britten che sebbene non possa essere considerato un operista puro, quantomeno in senso tradizionale, ha incentrato la sua attività compositiva sulla musica vocale, raggiungendo tra i più alti esiti dell’Opera contemporanea con lavori quali Billy Budd, Il giro di vite, Peter Grimes e The rape of Lucretia. Per finire, citazione d’obbligo per Alban Berg, paladino della rivoluzione schoenberghiana, sia nel repertorio orchestrale e cameristico che in quello operistico, con Wozzeck e l’incompiuta Lulù (al pari dell’altrettanto incompiuta Moses und Aron del maestro) a rappresentare le più convincenti incursioni operistiche della Seconda Scuola di Vienna.

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