ART ENSEMBLE OF CHICAGO #jazz #africa #sperimentazione

art ensemble chicagoSull’onda della rivoluzione free-jazz, intorno alla metà degli anni ’60 il pianista sperimentale Muhal Richard Abrams fondò a Chicago il collettivo Association for the Advancement of Creative Music (AACM), con l’intento di creare una rete di musicisti jazz che portasse avanti, di pari passo con la sperimentazione free-jazz, il recupero delle radici africane e le rivendicazioni politiche e sociali dei neri americani. In questo collettivo si ritrovarono quattro musicisti destinati a sviluppare uno dei progetti jazz più importanti e longevi degli ultimi 50 anni: gli Art Ensemble of Chicago. Il quartetto originario era composto da Roscoe Mitchell (sax e clarino), Joseph Jarman (sax), Malachi Favors (contrabbasso) e Lester Bowie (tromba), ai quali si aggiunse, per un breve periodo, il batterista Philip Wilson. Dopo alcuni anni di rodaggio e le prime incisioni come Roscoe Mitchell Art Ensemble, la band venne invitata nel 1969 in Francia per esibirsi in un festival, ma, trovando decisamente più stimolante l’ambiente europeo per lo sviluppo del loro progetto, decisero di rimanervi per oltre due anni. A Parigi, si unì a loro il percussionista Don Moye e con questa formazione definitiva incisero i primi dischi con il nome di Art Ensemble of Chicago, tra i quali spicca Les stances à Sophie del 1970.

In questi due anni, contrassegnati dal notevole successo riscosso nei festival europei, la band prese la forma definitiva che la contraddistinse per i successivi decenni: jazz d’avanguardia contaminato da echi tribali africani, tra urgenza primordiale e caos metropolitano, il tutto contornato da uno spiccato senso teatrale, sospeso tra happening, cabaret dadaista e coreografie ispirate alla ritualità magica africana. Dopo il rientro negli Stati Uniti, avvenuto nel 1971, gli AEOC si aprirono ai progetti individuali e alle collaborazioni con esponenti di spicco della sperimentazione jazz americana come Cecil Taylor. Ciò non impedì alla band di portare avanti il progetto specifico inaugurato in Europa, con l’incisione di pietre miliari del jazz d’avanguardia, come Fanfare for the warriors (1973), Kabalaba (1978), Urban bushmen (1980), The third decade (1984), Ancient to the future (1987). Nel decennio a cavallo tra i novanta e il nuovo millennio, la band ha visto la defezione temporanea di Jarman (per la necessità di approfondire la sua spiritualità buddista) e quelle definitive di Bowie e Favors, deceduti rispettivamente nel 1999 e nel 2004. Il rientro di Jarman, avvenuto nel 2003 in occasione del commosso ricordo per il trombettista scomparso (Tribute to Lester), è stato battezzato da una fortunata tournèe che ha toccato anche l’Italia, con performance alle quali hanno collaborato il pianista americano Kirk Lightsey e il funambolico polistrumentista sardo Antonello Salis.

Nella loro carriera ultra quarantennale, gli Art Ensemble of Chicago hanno portato alle estreme conseguenze le peculiarità improvvisative del free jazz, giungendo a creare, anche negli album in studio, degli irripetibili hic et nunc, mantenendosi sempre coerenti con lo spirito al contempo sacrale e dissacratorio, primordiale e avanguardistico. Il look classico della band, con Roscoe Mitchell in abiti da yuppie, Lester Bowie in camice da medico e gli altri tre membri in filologici costumi cerimoniali africani, è la sintesi perfetta della filosofia degli Art Ensemble of Chicago, così come il motto Great black music: ancient to the future, adottato dalla band, ne delinea senza ambiguità l’orizzonte intellettuale e artistico. Altra caratteristica peculiare è la propensione di ogni membro al polistrumentismo e all’utilizzo di strumenti impropri (trombette, campanelli, oggetti vari utilizzati come percussioni).

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