LE RADICI DEL BUONISMO #società #solidarietà #comportamento

buonismoNonostante sia entrato nell’uso della lingua italiana da meno di vent’anni, il termine buonismo indica una tipologia comportamentale che ha radici molto antiche. L’appartenenza a una comunità, anche nella forma più arcaica, predispone l’individuo a un atteggiamento indulgente nei confronti degli altri membri, coll’intento di ottenere altrettanta indulgenza. L’etica religiosa, basata sulla compassione per tutto ciò che è debole, ha rafforzato culturalmente la predisposizione all’indulgenza verso i propri simili, allargandola ben oltre i confini della comunità di appartenenza, per abbracciare tutti i fedeli e gli uomini di buona volontà. La civiltà del benessere e la globalizzazione della cultura hanno portato alla massificazione di certi atteggiamenti edulcorati, mentre l’evoluzione dello stato di diritto ha costituzionalizzato un valore come la solidarietà, rendendolo centrale nella società moderna e nella politica. E dove c’è massificazione, c’è travisamento e strumentalizzazione nell’interpretazione di un significato e il valore positivo di un comportamento, specie se così diffusamente condiviso (quantomeno idealmente), viene piegato alla retorica propagandistica commerciale o politica.

Ed ecco che si è reso necessario il conio di un termine che, pur derivando da un aggettivo assolutamente positivo, si apre a un arcipelago di significati, perlopiù caratterizzati da un’accezione negativa. Introdotta nei dizionari a partire dal 1995, la parola buonismo non ha trovato un’univocità di definizione. C’è chi si sofferma su una connotazione eminentemente politica, intendendo una tendenza nel proprio agire a far leva sui buoni sentimenti, convintamente o strumentalmente; chi a un comportamento simile ma genericamente sociale; chi a un’eccessiva indulgenza psicologica verso categorie umane che si pongono, volenti o nolenti, fuori dalle regole. Senza contare il forte condizionamento soggettivo a cui è esposto il termine: per un leghista è buonismo dare accoglienza ai migranti, mentre per il buonsenso è un valore non solo delle moderne costituzioni, ma della storia dell’umanità (basti pensare all’episodio di Ulisse naufrago nell’Isola dei Feaci, soccorso da Nausicaa ed accolto dal padre di lei, il re Alcinoo). Anzi: l’accoglienza del naufrago, del migrante segna il confine tra la civiltà e la barbarie. Il buonismo non è l’espressione incondizionata della solidarietà, ma la manifestazione eccessiva di bontà, poco importa se per convinzione o per convenienza, che dietro l’apparenza, cela effetti negativi, a prescindere dalle buone intenzioni.

Anche in comportamenti considerati incontestabili si annida il dolce serpente del buonismo. Ci si rattrista per il calo delle nascite, ci si rallegra per il progressivo aumento dell’aspettativa di vita, senza mettere in relazione questi fatti con lo straordinario boom demografico dell’ultimo secolo, che ha visto e continua  a vedere la popolazione mondiale moltiplicarsi, dopo che per millenni aveva mantenuto una certa costanza, senza che si siano create per la stragrande maggioranza di essa le condizioni per una vita dignitosa. Con questo, non voglio sostenere il sofferto e macabro umorismo di Swift che, di fronte alla terribile carestia irlandese, propose provocatoriamente di mangiare i bambini, ma è chiaro che non si possa pensare al futuro dei propri figli se non si ha coscienza delle problematiche che rendono precario il futuro dell’umantà. Allo stesso modo, la fede cieca nel progresso che non tiene conto dei vuoti esistenziali aperti da uno stile di vita alla continua ricerca del benessere edonistico, può essere tacciata di buonismo. La differenza sostanziale tra la ricerca del bene e il buonismo sta nel fatto che la prima non si ferma alla rappresentazione, ma indaga in profondità le ragioni del malessere che si vuole combattere; il buonismo, invece, si ferma all’immagine idealizzata dei fatti, proponendo come cura il palliativo consolatorio, piuttosto che una terapia specifica. Proprio qui, nella rappresentazione, sta la ragione per cui nella società dello spettacolo il buonismo è divenuto atteggiamento tanto diffuso da rendere necessario il conio del termine specifico. Nella tirannia dell’immagine, l’occhio non si accontenta della sua parte, ma tende ad egemonizzare la percezione sensibile dei fatti, riducendo ogni problema alla sua superficiale rappresentazione.

 

 

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Una risposta a LE RADICI DEL BUONISMO #società #solidarietà #comportamento

  1. Igor Papacci ha detto:

    adesso il buonismo e’ come porgere il fianco ad un esercito di spadaccini
    non e’ il termine che nun e’ adeguato sono gli effetti collaterali ai quali soccombe

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