IL QUID DI RENZI #matteorenzi #politica #governo

renziComunque la si pensi, Matteo Renzi rappresenta una novità nel panorama politico, non solo italiano. Per dire, la sua interpretazione della politica è più casual di quella di Obama, presidente di un popolo che ha il casual nel Dna. Le passeggiate in mezzo alla folla,  i jeans invecchiati, le camicie aperte, il lessico costantemente aggiornato vanno oltre la semplice comunicazione propagandistica; sono manifestazioni della volontà di riportare la forma alla sostanza (ancora tutta da verificare), vale a dire alla questione centrale della rivoluzione renziana: la sburocratizzazione dello stato e la liberazione della politica italiana dalla solennità autoreferenziale. Nella creazione di un’immagine aderente e in grado di sostenere la credibilità del  programma,  Renzi ha osato più di chiunque altro, portando in pochi mesi la politica italiana, abituata a una rappresentazione feudale e immutabile di sé, a un dinamismo estremo che ha lasciato in una larga parte dell’elettorato l’impressione di una politica che finalmente pone al centro i problemi, questo a prescindere che si dimostri o meno in grado di risolverli. Il consenso semi-plebiscitario recentemente ottenuto è stato principalmente il frutto di questa sua capacità di far convergere rappresentazione e programma verso un’idea di cambiamento formale e sostanziale della politica, alla quale una larga parte dell’elettorato si è dimostrata sensibile. Ovvio che il consolidamento di questo consenso dipenderà dalla capacità di Renzi di ottenere risultati concreti. Dalla sua parte, giocano le inconcludenti esperienze riformistiche degli ultimi decenni che hanno reso gli italiani di bocca buona. Contro, gioca il contesto attuale, con una ripresa che pare stentare più del dovuto e la pentola a pressione della demagogia sempre pronta a saltare.

Il centralismo liquido renziano non c’entra niente con la Balena Bianca, come la sua forma comunicativa, al contempo raffinata e artigianale, non c’entra niente con quella dopata e ipertrofica di Berlusconi. La naturale propensione al centro di Renzi non deriva da valori che, tra l’altro, oggi non son più condivisi come cinquant’anni fa, ma dalla sua personale forza carismatica. Il monolitismo Dc cercava di attrarre moderati di destra e di sinistra verso il centro; il centralismo renziano è elastico, in grado di allungarsi fino alle ali estreme, di destra e di sinistra. La Dc si faceva forte dell’essere un baluardo contro il pericolo rosso, concetto parzialmente ripreso da Berlusconi; Renzi intende consolidare la sua centralità sulla propria capacità di fiutare e interpretare le aspettative della cittadinanza; a differenza di Berlusconi e Grillo, Renzi è poco interessato a rimestare nel malessere, nella pancia del malcontento, quanto a creare un orizzonte di programma in cui si possa riconoscere la maggioranza degli elettori. La sua non è una ricerca del consenso da mosaicista che ricompone  forzatamente frammenti non combacianti tra loro, ma si basa su sentimenti condivisi da una larga parte della cittadinanza, per lungo tempo sommersi dai luoghi comuni della vox populi. Questo è il senso del partito nazione che non ha nulla a che vedere con il nazionalismo.

Se avvenisse la saldatura con l’elettorato, attraverso il raggiungimento di obiettivi concreti e sensibili, per gli altri non rimarrebbero che le briciole. Contrapporsi a Renzi con la demonizzazione, con gli allarmi su una fantomatica svolta autoritaria e sul pericolo per la pluralità democratica, non farebbe che aumentare lo charme esercitato dal giovane premier sull’elettorato italiano. Se Renzi sarà il dominatore incontrastato della scena politica futura, avverrà solo per la sua capacità di lettura delle aspettative degli elettori e di raggiungere obiettivi concreti.

 

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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