IL RATTO D’EUROPA #elezionieuropee #grillo #governorenzi

unione europeaLa campagna elettorale per le europee in Italia si è trasformata in una questione tutta interna. Grillo ha cercato di trasformare le elezioni continentali in un referendum su Renzi, ma il premier ha scaltramente evitato di accettare la sfida, senza per questo offrire l’altra guancia ai tanti affondi del leader pentastellato. Ha ribattuto colpo su colpo, ma sempre precisando di non considerarlo un antagonista, in quanto incapace di proporre un’alternativa credibile. Berlusconi, ritenendo più arduo contendere il voto moderato a Renzi, ha ben pensato di contendere quello di pancia a Grillo, adottando l’unica strategia possibile: lui è peggio di me. Difficile prevedere quanto possa aver successo il tentativo del pluri ex di riguadagnare un po’ di voto cazzone: l’asticella psicologica per poter rimanere ancora aggrappato alla ribalta è posta al 20%.

Altrettanto difficile prevedere come andrà a finire il match tra Renzi e Grillo. Chiaro che un sorpasso del M5stelle sul Pd, anche se non comporterebbe automaticamente la crisi di governo, creerebbe per l’esecutivo degli imbarazzi difficilmente gestibili. Che sia plausibile l’ipotesi di un sorpasso è un altro discorso: Renzi non ha commesso errori, i sondaggi lo davano con un vantaggio rassicurante, ma la percentuale altissima di indecisi e propensi all’astensione e la schizofrenia degli italiani lasciano aperto il campo delle possibilità. Grillo, a mio parere, ha tirato troppo la corda: al linguaggio colorito e agli anatemi ci siamo abituati, ma passare con nonchalance dall’oltre Hitler all’erede di Berlinguer francamente appare poco giustificabile politicamente. Senza dimenticare che la questione morale di Berlinguer non riguardava solo la corruzione, ma anche altri aspetti della deontologia del politico, come l’onestà intellettuale e la civiltà nell’affrontare la normale dialettica politica, virtù che mal si conciliano con chi agita costantemente lo spettro del tribunale popolare, senza farsi scrupolo di strumentalizzare le più grandi tragedie ai fini della propaganda.

D’altra parte, l’aver voluto ridurre la competizione elettorale ad uno scontro frontale, nello schematismo qualunquista tra la politica tradizionale corrotta e il catarismo radicale di questi nipotini di Savonarola, può innescare un effetto boomerang. Il referendum invocato su Renzi potrebbe ribaltarsi su Grillo, spingendo indecisi e tendenti all’astensione a votare pro o contro di lui, con un esito che potrebbe non essergli favorevole. La strategia di caricare pesantemente le Europee di una valenza cruciale per la politica interna è dettata dalla necessità, imprescindibile per il Movimento, di ripetere il boom delle politiche del 2013, confermando il trend di crescita, se non fino al sorpasso, almeno per far sentire il fiato sul collo al Pd. Per loro, è fondamentale arrivare a ridosso del 30% per confermare, nell’elettorato di riferimento, la speranza nella vittoria finale. In caso contrario, si avrebbe la forte sensazione dello stagnamento, la qual cosa andrebbe a minare la fiducia nella possibilità di un cambiamento epocale (che ancora non si è capito bene quale sarebbe).

Naturalmente, Grillo avrebbe avuto tutto da perderci nell’impostare la campagna sulle politiche europee, in quanto sarebbe facilmente emerso il sostanziale isolamento del M5stelle nel parlamento continentale, con numeri che, per quanto rilevanti in Italia, condannerebbero i grillini alla totale marginalità in quella sede. A pagare il dazio di questa polarizzazione saranno i partiti e le coalizioni minori, tutti in affanno nel tentare di superare la soglia di sbarramento. Un’occasione persa per fare chiarezza sulle diverse prospettive europeiste (e antieuropeiste), col rischio di ritrovarsi un Parlamento europeo incapace di attuare una svolta necessaria e condannato allo stallo della Grosse Koalition.

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