MEDIATIZZAZIONE DELLA POLITICA #massmedia #consenso #spettacolo

mass mediaGeneralmente, il processo di spettacolarizzazione della politica viene osservato solo dal punto di vista della sua potenzialità di condizionamento dei modi che il potere ha adottato nella ricerca del consenso e nella comunicazione politica in generale. Se le possibilità comunicative di un mezzo come la radio vennero intuite e sfruttate già nel periodo tra le due guerre, in particolare dai regimi totalitari, l’avvento della televisione mutò radicalmente il rapporto tra media e politica. La radio poteva essere tranquillamente assoggettata alle necessità della politica e trasformata in un megafono capace di comunicare a un numero esponenzialmente maggiore di persone, rispetto a una sia pure oceanica adunata, senza vincoli di distanza.  Con la televisione, a questo aspetto di asservimento dei media alle necessità della politica, si è aggiunta la possibilità che il politico possa essere giocato dal mezzo.

Esemplare e chiarificativo, il duello Tv per le presidenziali statunitensi del 1960 tra Kennedy e Nixon, determinante per la vittoria elettorale di JFK: a far pendere l’ago verso Kennedy, a dire degli analisti, non fu tanto una maggiore credibilità delle proposte, ma la disinvoltura del futuro tragico presidente e la fronte perennemente imperlata di sudore dell’altrettanto futuro presidente repubblicano. Il duello del 1960 venne considerato una pietra miliare nel processo di mediatizzazione della politica, in quanto evidenziò come elementi fino allora considerati insignificanti nella comunicazione (il modo di vestire, il savoir faire di fronte alle telecamere, i sintomi del nervosismo, ecc.) fossero destinati a divenire determinanti quanto i contenuti stessi della comunicazione. Lo stesso Nixon sperimentò sulla sua pelle la capacità della televisione di giocare il politico nella storica serie di interviste del 1977 concesse a David Frost, attraverso la quale l’ex presidente intendeva riabilitarsi politicamente dopo il Water Gate, ma finì per decretare definitivamente la fine della sua carriera politica, con l’ammissione del suo tradimento della Costituzione.

L’esplosione del fenomeno televisivo, rapidamente divenuto egemonico nella diffusione della comunicazione politica, ha progressivamente tolto importanza alla sostanza dei contenuti in favore della cura dell’immagine. Allo stesso modo, i collaboratori tecnici hanno dovuto cedere il passo a una categoria di consulenti esclusivamente occupata nello studio delle strategie mediatiche e la competenza e l’abilità tecnica sono state messe in secondo piano rispetto alla capacità del politico di bucare lo schermo. Ne è derivato, oltre all’assottigliamento dello spessore dei protagonisti della politica, la tendenza all’accentramento delle attenzioni sui politici più capaci nella gestione del mezzo televisivo, determinando, in questo modo, un’inedita (per le democrazie liberali) vocazione al leaderismo, con lo svuotamento della forma partito, divenuta da luogo di partecipazione attiva della cittadinanza a comitato elettorale permamente del leader. Di fronte alla spettacolarizzazione della politica, l’elettorato si è trovato relegato in una posizione passiva nei confronti della comunicazione politica, con conseguente tendenza alla disaffezione o a rapportarsi alla politica con atteggiamenti mutuati dalle modalità di fruizione degli spettacoli più specificamente televisivi (Varietà, calcio e sport, cabaret, reality show, ecc.).

L’ultima frontiera della mediatizzazione della politica è rappresentata da Internet, in particolare dai social network e da altre piattaforme web per la condivisione di contenuti multimediali. Per il potere politico, ciò ha comportato una frammentazione della comunicazione, non più basata sull’immagine e sulla scenografia, ma sui tempi e sui ritmi, incanalati in una forma meno generalista, apparentemente più diretta e individuale. La vera novità di internet è dovuta al suo utilizzo da parte dell’elettorato che, pur rimanendo in una posizione di subalternità rispetto alla politica che conta, si è ritagliato un certo spazio di protagonismo nella comunicazione, all’interno di una virtualità capace comunque di dare l’illusione di poter dare del tu alla politica, di poterla sferzare con i propri giudizi, di poter in qualche modo incidere nelle scelte. Questa impressione di cittadinanza politicamente attiva, non trovando  uno sbocco nella realtà, finisce per aumentare il senso di rassegnazione e di frustrazione dell’elettorato, favorendo ulteriormente la disaffezione.

Un altro aspetto inedito della rivoluzione portata dal web è una forma di estetizzazione della politica che non viene calata dall’alto, ma proposta dal basso, dall’anello più debole della catena, quello che percepisce in modo tangibile il disagio. Sto parlando della spettacolarizzazione della protesta, attuata attraverso i flash mob e la condivisione virale di contenuti multimediali di denuncia, dalle scarpe rosse, agli hashtag tematici, ai photoshop, ai selfie, ecc.. Forme di protesta estetizzata che, se da una parte possono favorire il coinvolgimento delle masse, dall’altra fanno correre il rischio di una sovrapposizione dell’aspetto estetico, ludico e aggregativo rispetto al messaggio che si vuole veicolare, inducendo le persone ad un certo narcisismo creativo con conseguente edulcoramento e svuotamento delle problematiche che si vogliono evidenziare.

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