L’ATTORE TRA CINEMA E TEATRO #interpretazione #recitazione #scena

cinema teatroNei confronti del teatro, suo padre nobile, il cinema ha mostrato una certa ambiguità affettiva, manifestando una gamma di atteggiamenti che vanno dall’adulazione al rispecchiamento, dalla contrapposizione dialettica all’insopprimibile volontà di parricidio. Le due forme espressive hanno un vasto territorio comune, rappresentato dall’essere entrambi, più che forme d’arte specifiche, dei contenitori in cui possono trovare spazio le più svariate forme artistiche e spettacolari: recitazione, arti figurative, musica, letteratura, ecc.. Per il cinema delle origini, il teatro fu un punto di riferimento imprescindibile, sia per la ricerca dei soggetti e delle modalità della loro messa in scena, sia per l’utilizzo degli spazi canonici del teatro, nella produzione e nella riproduzione del film. Il cinema, già dai primi decenni del secolo, ha pescato a più non posso dal repertorio letterario drammatico e comico, dai canovacci del vaudeville e del varietà teatrale, oltreché dal materiale umano impegnato nelle realizzazioni teatrali. Il principale punto di contatto tra cinema e teatro, comunque, è rappresentato dall’attore, il più diretto mediatore tra la forma espressiva e il pubblico. Nel modo in cui si realizza questa mediazione risiede la differenza più evidente tra le due tipologie attoriali: l’attore di teatro realizza l’hic et nunc pienamente, in quanto l’epifania si realizza nel fine stesso del lavoro teatrale, ovvero l’esito scenico di fronte al pubblico; al cinema, l’hic et nunc, quando si realizza, si realizza in modo parziale, sul set, in assenza di pubblico e in una maniera che difficilmente può essere riproposta tale e quale nel prodotto finito.

Questa sostanziale differenza spazio-temporale si riflette in un’altra di natura squisitamente tecnica. In teatro, l’attore deve essere cassa di risonanza di sé stesso, deve amplificarsi sia vocalmente che gestualmente. La sua interpretazione dev’essere recepita in modo distinto e istantaneo, dalla prima fila all’ultima. Ovviamente, questa amplificazione dev’essere mantenuta nei limiti della credibilità dell’azione e della recitazione. L’attore cinematografico, al contrario, non è nudo di fronte al pubblico; la sua interpretazione è mediata dalla tecnologia e dall’uso che ne fa il regista. La possibilità della camera di andare sul particolare crea la necessità di un lavoro attoriale accurato sul micromovimento e sulle sfumature gestuali e vocali, elementi quasi impercettibili che in teatro andrebbero inesorabilmente persi. Prima dell’avvento del sonoro, la necessità di sopperire alla mancanza di una linea auditiva, a parte l’eventuale accompagnamento musicale esterno, ha fatto si che gli attori enfatizzassero i movimenti, estremizzando gli stereotipi del teatro naturalista. Ma già dai primi anni del sonoro, si è andati verso un progressivo asciugamento della recitazione, in senso realista e naturalista, compiutosi con l’affermazione dell’Actor Studio di Lee Strasberg, applicazione cinematografica (e anche un po’ semplificata) delle teorie portate avanti da Stanislavskij tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento.

Al cinema, l’interpretazione di stampo teatrale, amplificata, può essere usata per ottenere un particolare effetto straniante o in funzione comica. Nel primo caso, il regista abbandona la naturale predisposizione del cinema all’impressione di realtà per sviluppare la sua narrazione in senso simbolico, astratto o surreale. Nel secondo, l’amplificazione evidenzia il senso del ridicolo o dell’assurdo della narrazione, favorendo la reazione divertita del pubblico. Fellini è l’esempio più luminoso di teatralizzazione dell’interpretazione cinematografica, avendone fatto uso abbondantemente e con maestria, sia in senso straniante che comico. Viceversa, un’interpretazione teatrale in una normale narrazione cinematografica, fondata sull’impressione di realtà, cozzerebbe con la fluidità del film, facendogli perdere inesorabilmente la credibilità. Di contro, l’attore teatrale che volesse rifarsi alla realtà quotidiana, dovrebbe far volgere la sua interpretazione verso la sintesi simbolica del suo agire scenico, mantenendo come orizzonte, più che l’impressione di realtà, quella dei verità e di credibilità scenica.

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