BRUNO SCHULZ #letteratura #disegno #polonia

bruno schulzCon Stanislaw  Witkiewicz  e Witold Gombrowicz, Bruno Schulz formò, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, una formidabile triade di letterati di lingua polacca, dotati di sconfinata creatività e di una comune avversione alle convenzioni e ai cliché della cultura ufficiale. Di questa triade, Schulz rappresenta l’aspetto più favolistico e metaforico. Se gli altri due avevano proposto, ognuno a suo modo, la deformazione grottesca e parodistica della realtà per farne emergere tutta la delirante illogicità, Schulz utilizzò il fantastico, frutto della proiezione mitica della propria memoria, come unico mezzo per sfuggire al grigiore e alla disumanizzazione della società. Nato a Drohobycz (cittadina polacca, allora compresa nell’Impero Austro-Ungarico, oggi inglobata nell’Ucraina) in una famiglia ebrea nel 1892, sin da piccolo mostrò una spiccata predisposizione al disegno. Tentò la carriera accademica, ma a causa di problemi di salute ed economici, conseguenza della malattia e della morte del padre nel 1915, dovette rinunciare per trovare un impiego. Il padre era un piccolo commerciante di stoffe e la sua figura e la sua bottega divennero la fonte principale di ispirazione per Bruno. Inizialmente, si dedicò al disegno; nella prima metà degli anni ’20 compose il Libro idolatrico, una raccolta di stampe eseguite con la tecnica del Cliché-verre (disegno in negativo su un vetro ricoperto di gelatina, riportato e sviluppato su una carta fotosensibile), nelle quali si ritrasse in atteggiamenti di sottomissione nei confronti di varie figure femminili. In quegli stessi anni, ottenne un posto come insegnante di disegno, lavoro che mantenne fino all’invasione nazista del 1941. Pur rimanendo pressoché stanziale nella sua cittadina natale,  ebbe un intenso scambio, perlopiù epistolare, con gli ambienti più d’avanguardia della cultura polacca, tra cui Witkiewicz che, come Schulz, stava sviluppando, parallelamente a quella letteraria, una ricerca figurativa, in linea con i contemporanei sviluppi della pittura occidentale.

Dagli anni trenta iniziò a dedicarsi alla scrittura in modo più sistematico, dapprima sfruttando come palestra la propria attività epistolare, in seguito, incoraggiato dai suoi corrispondenti, pubblicando due raccolte di racconti, Le botteghe color cannella (1933) e Il sanatorio all’insegna della clessidra (1937), il secondo corredato da sue illustrazioni. Il mondo della sua infanzia, il padre, la bottega, le stoffe, si animano, si dilatano nello spazio, assumono dimensioni mitiche e fantastiche; la cittadina di Drohobycz, allora devastata dalla corsa al petrolio, dopo la scoperta di giacimenti, diviene una città incantata, in cui la meraviglia non lascia spazio alla grigia monotonia della realtà. Con questi primi lavori, Schulz si guadagnò un posto di primo piano negli ambienti più innovatori dell’arte polacca, aprendosi la strada alla collaborazione con le più importanti riviste culturali. Nel 1938, con il racconto La cometa, confermò l’originalità dello stile e la fantastica  immaginazione. Stava portando avanti il progetto di un romanzo, da intitolarsi Il messia, quando la cittadina fu invasa dai tedeschi. Grazie alla conoscenza del tedesco e all’abilità artistica, fu preso a servizio da un ufficiale delle SS, Landau, per il quale affrescò probabilmente le pareti della casa in cui abitava; affreschi ritrovati nel 2001, grazie alle ricerche di un documentarista tedesco. Il 19 novembre del 1942, mentre cercava di uscire dalla città con un lasciapassare, venne ucciso da un ufficiale della Gestapo, forse per un conto in sospeso che questi aveva con Landau, che pare avesse ucciso il suo protetto ebreo quache tempo prima. Anche la tragica fine lo accomuna a Witkiewicz, suicidatosi nel 1939, non appena prese coscienza del destino della sua terra, stretta nella morsa tra Hitler e Stalin. Venne sepolto in una fossa comune e del suo romanzo si perdette ogni traccia, a parte qualche illustrazione che avrebbe dovuto corredarlo.

La narrativa di Schulz è stata avvicinata a Franz Kafka, di cui tradusse e curò un’edizione in polacco, con un’analisi in prefazione considerata tra le più profonde e originali. Del grande praghese, l’artista polacco non ha la forza e la pretesa etica, ma volge la sua immaginazione a ricreare un altrove meraviglioso; meglio, come scrisse nel suo racconto L’epoca geniale, a regredire, a rivivere la propria memoria, non come realmente vissuta, ma come rivissuta nel ricordo, ricreando l’incanto e rivivendolo con la coscienza del costante ripetersi di eventi irripetibili. Negli ultimi decenni, il suo lavoro è andato via via assumendo una posizione di primo piano nella letteratura e nell’arte europea del novecento, grazie soprattutto all’attenzione di scrittori quali David Grossman e Angelo Maria Ripellino.

 

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