ZORRO, IL PESCECANE E LE DUE CERNIE #poesia #subacqueo #pesca

squaloPare che lo chiamassero Zorro poiché, da giovine erede di Tritone, sguainava il suo spadino (giovine, certo, ma già contornato di riccia peluria) e lo sciabolava minaccioso in faccia ai coetanei comuni mortali che ambivano usurpargli il tridente. Lo chiamavano Zorro, ma la zeta alla fine gliela incisero nei polmoni le tante sigarette, gli occasionali emboli e il polo petrolchimico di Sarroch. Zorro, ma non aveva maschere, pieno il respiro del disinfettante salso del mare per ogni suppurante ipocrisia. La pancia sobbalzante ad ogni riso e mai un lamento; empatico e straziante, io lo ricordo ancora, quel 2 agosto del 1980 (e noi si stava ben lungi da Bologna, nella dilatante rilassatezza della spiaggia): “maledetti bastardi”  mi risuona ancora nell’orecchio, voce profonda, ma  innalzata dal tipico nasale casteddaio. Zorro, ma cavalcava intrepido gli abissi, illecito di bombole e sotto la minaccia dell’euforia d’azoto.

Quella mattina, sull’ammiraglia Laros del di lui cugino (megalomania, l’ambita imbarcazione, permessa dallo sconto dovuto dall’essere nei medi quadri di Pirelli), Zorro, il detto cugino, da giovine noto come Mustafa il re del moccio, nonché padre dell’apprendista maledetto, anch’egli imbarcato in qualità di mozzo e pupillo del figlio degli abissi, dalla sparuta rena di Cala d’Ostia mossero al largo, verso la secca, regno dei bruni serranidi possenti. Giunti che furono nel luogo deputato, con la rituale capriola, Zorro s’inabissò nel primigenio e sconfinato liquido amniotico, svanendo repentino dalla vista, come coscienza che cede al sogno. S’aspettava, certo, in qualche anfratto fondo l’inequivocabile sagoma della regale cernia, ma un bagliore argenteo lo distolse. Una ricciola enorme,si pensò, il cuore a mille e ben contento di dedicarsi all’imprevista preda. Ma il bagliore presto assunse i mastodontici contorni affusolati dello squalo; e non si peritò, Zorro, d’accertarsi s’era innocua Verdesca o un solitario e più temuto predatore, migrato casualmente da oceani inospitali. Lontano pinneggiò, il principe abissale, sbalzante il cuore ed occhi ancora increduli. Di sopra, dalla barca, si persero le bolle e già si disperava che il geloso padre tridentato l’avesse trattenuto nelle profondità della sua reggia. Ormai erano affranti, quando il mozzo e apprendista maledetto, occhio di lince in famiglia di talpe, vide un enfatico scalmanarsi all’orizzonte. Subito indicò il punto al nostromo genitore; costui la barca lanciò al galoppo e celermente giunse al punto ov’era, ormai insperato, Zorro, le braccia impegnate da due cernie, freschi trofei donatigli dal tridentato. Poscia che s’erse sull’imbarcazione, narrò la storia già divenuta mito.

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