SE FOSSI CREDENTE #dio #fede #blasfemia

occhio dioSe credessi in Dio, dico, in questo Dio che da due millenni si è infiltrato in ogni recesso interiore e in ogni aspetto esteriore del nostro mondo, non mi sentirei offeso dalle bestemmie, dal sentirlo nominato in vano. La bestemmia appartiene ai credenti; risponde alla stessa esigenza che portava gli antichi pagani a rovesciare gli idoli, quando questi non ottemperavano al loro compito di protettori dei fedeli. Il credente che bestemmia non dimostra affatto di essere miscredente; al contrario, dimostra di avere un rapporto viscerale e originario col suo Dio. Non a caso, in Italia le regioni dove la bestemmia raggiunge una fioritura creativa che si potrebbe definire artistica sono la Toscana e l’Umbria, per antonomasia le regioni dei santi. La bestemmia diviene luogo in cui si realizza un artigianato della parola portatore di un’estetica del brutto e del crudele, unica in grado, nella superficialità del contemporaneo, di rimescolare il ventre della fede, riaffermando, davanti ai sepolcri imbiancati, la supremazia della sostanza sulla forma. Nella bestemmia si manifesta, rovesciato, quel rapporto tra uomo e Dio di cui Martin Buber lamentava l’assenza nel mondo contemporaneo: l’io e il tu, il rapporto autenticamente intimo tra fedele e divinità, non più ravvisabile nell’ortodossia del rito, a causa del naufragio dello spirito nella società dei consumi e del benessere edonistico.

Se fossi un credente di questo Dio stanco, arrancante dietro ai tempi frenetici che viviamo, troverei blasfemi piuttosto quei devoti che magari tirano in ballo Dio per la riuscita della propria carriera sportiva, artistica o genericamente professionale. Mi sentirei offeso dal Do ut des materialistico celato dietro un atteggiamento devozionale formalmente inoppugnabile. E perchè no, mi sentirei offeso nel vedere il vicario di Cristo strumentalizzare mediaticamente il più intimo dei sacramenti: la confessione.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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