TUXEDOMOON #musica #sperimentazione #avanguardia

tuxedomoonNella temperie che, dopo il monolitismo della parte centrale degli anni ’70, veniva profondamente scossa dalla violenta iconoclastia del punk, dai raffinati narcisismi New Wave e dal dilettantesco avanguardismo No-Wave, in una San Francisco labilmente memore dell’epica stagione psichedelica di dieci anni prima, due giovani studenti di musica elettronica del locale City College, Steven Brown e Blaine Reininger, entrambi polistrumentisti, il primo con predilezione per sax e clarino, il secondo per il violino, decisero di mettere su una band, battezzata Tuxedomoon, in grado di convogliare i molteplici interessi in un sound originale che potesse rispondere in modo convincente alle invasioni provenienti da Londra e New York. Mentre i profeti della New Wave e della No-Wave ambivano a una sintesi degli influssi colti contemporanei e jazz sul piano del pop-rock, l’intento dei due giovani di San Francisco era quello di elevare la musica di consumo al livello della tradizione più colta. Ai due si unì in pianta stabile al basso e all’elettronica Peter “Principle” Dachert, mentre alla voce, dopo varie collaborazioni con teatranti della scena locale, si inserì il mimo e cantante Winston Tong.

La scelta inusuale di inserire come vocalist un artista teatrale era dettata dalla volontà di sviluppare un aspetto scenico e visivo, accanto a quello musicale; in questo senso vanno considerate le frequenti collaborazioni con videoartisti, nelle esibizioni dal vivo. Caratteristica, questa, comune agli altri tre gruppi della scena sperimentale di San Francisco che facevano capo all’etichetta Ralph Records, fondata dal più noto di questi gruppi, The Residents. Dopo aver pubblicato alcuni singoli ed Ep, nel 1978 raggiunsero una relativa notorietà come gruppo spalla dei Devo. L’anno successivo, dopo aver firmato con la Ralph Records, iniziarono a lavorare per i primi due album ufficiali, Half mute (1980) e Desire (1981). Ritenendo più consono l’ambiente europeo per la diffusione del loro sofisticato sound, nel 1982 i Tuxedomoon si trasferirono nel Vecchio continente, dove esordirono nientemeno che curando le musiche del balletto di Maurice Bejart Divine, ispirato a Greta Garbo. Dopo Suite en sous-sol, pubblicato nello stesso 1982,  seguirono alcuni album (Holy wars, 1985; Ship of fools, 1986; You, 1987), nei quali l’elettronica si fece più pervasiva, favorendo un maggior riscontro commerciale. Tra defezioni temporanee e nuovi ingressi, i Tuxedomoon iniziarono a diradare i loro impegni, facendo prevalere i progetti individuali dei singoli membri. Se si eccetua la pubblicazione dell’album Ghost Sonata nel 1991, relativo comunque a un progetto multimediale realizzato nel 1982, il gruppo di San Francisco fino alla fine degli anni ’90 non propose alcun progetto originale. Il silenzio si interruppe con Joeboy in Mexico ed i più recenti Cabin in the sky (2004) e Vapour trails (2007).

Difficilmente inquadrabili nel sia pur frastagliato panorama globale della New Wave, i Tuxedomoon si sono distinti per non aver mai rischiato una deriva commerciale, pur ottenendo riscontri soddisfacenti, in relazione alla complessità della loro proposta. Dell’ortodossia New Wave hanno sicuramente adottato il gusto per l’ossessione e l’alienazione metropolitana, congiuntamente alle atmosfere elettroniche e post-moderne e alle astrazioni etniche e ambient. Ma la loro matrice è da ricercarsi più nelle sperimentazioni di Varese e nei nuovi codici compositivi di Schoenberg, nel minimalismo, nei lavori più concettuali di Coltrane e negli esiti più estremi del Free-jazz di Sun Ra e degli Art ensemble of Chicago. Un calderone in cui, sapientemente dosati, gli influssi più disparati hanno dato vita a uno delle più originali e strutturate esperienze della sperimentazione musicale degli ultimi 40 anni.

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