LA BOTTEGA DEI MIRACOLI #letteratura #romanzo #jorgeamado

amadoPur appartenendo a una famiglia di fazendeiros, Jorge Amado sin da giovane fu un convinto militante comunista, tanto da essere costretto all’esilio, una prima volta, durante la dittatura di Vargas, in Argentina e in Uruguay; in seguito, dopo essere stato eletto all’Assemblea Costituente nel 1945, a soli 33 anni, con la messa al bando del Partito Comunista Brasiliano nel nuovo regime, nel 1946 dovette riparare in Francia e successivamente in Cecoslovacchia. Nell’Europa orientale si avvicinò all’estetica del realismo socialista, tanto da scrivere una vera e propria apologia dello stalinismo con Il mondo della pace, racconto poi pubblicamente sconfessato dallo stesso autore. Rientrato in Brasile nel 1955, il disincanto verso il mondo sovietico e la prudenza per l’instabile situazione politica interna, lo portarono a una rielaborazione delle tematiche comuniste, ripulendole da ogni tentazione dogmatica e riportandole a un orizzonte di valori innati e universali. Il teatro ideale di questo comunismo naturale lo trovò nella popolazione meticcia della sua terra, lo stato di Bahia e la capitale Salvador. Un popolo povero ma dignitoso, istintivo e solidale, custode di un ricchissimo patrimonio di credenze e conoscenze, non inquadrabile negli intrecci di convenzioni e convenienze che davano ordine alla piramide sociale dominata dai bianchi.

La bottega dei miracoli, romanzo pubblicato nel 1969, rappresenta al meglio la sintesi tra le istanze sociali e una letteratura sospesa tra la memoria biografica e il senso magico della vita. E’ la storia di Pedro Archanjo che viene ripercorsa a ritroso, partendo dalla sua morte per infarto in una strada popolare di Salvador de Bahia. Tutti i quartieri più umili della metropoli baiana rimangono scossi dalla morte dell’anziano, leggendaria figura di ribelle, attivista per i diritti dei poveri, orgoglioso paladino della cultura nera e meticcia, poeta e musicante, gran seduttore di ricche brasiliane e di turiste, inflessibile però nell’anteporre la lealtà verso i fratelli meticci al proprio piacere. Pedro Archanjo, grazie all’aiuto di un fraterno amico artigiano, proprietario del laboratorio detto La bottega dei miracoli, centro sociale polifunzionale della cultura meticcia, decide di pubblicare dei saggi di etnologia per dare dignità alla tradizione baiana. La cultura ufficiale mostra indifferenza e disprezzo per i saggi pubblicati da questo autodidatta, di professione bidello dell’università, fino a quando un famoso antropologo statunitense, venutone a conoscenza dopo la morte di Archanjo, non si mette sulle sue tracce. La cultura ufficiale brasiliana, a causa della subalternità rispetto a quella nordamericana, trasforma il disprezzato etnologo dilettante in una gloria della scienza brasiliana. La retorica delle celebrazioni ufficiali stride con la toccante partecipazione degli umili.

Con ironia, ritmo, trasporto poetico e originali intuizioni narrative, Jorge Amado dipinge un affresco popolare in cui ha un ruolo centrale il Candomblè, il rito basato sul sincretismo tra cristianesimo e reminescenze animistiche africane, del quale Archanjo, nella finzione narrativa, era un punto di riferimento e lo stesso Amado, nella realtà, un iniziato. Lo scrittore baiano contrappone la gioiosa e anarchica armonia della spiritualità e socialità meticcia all’arbitrario ordine materialista dei bianchi. Ne vien fuori un’accorata apologia della contaminazione contro ogni teoria delirante della purezza della razza, ma anche dell’autenticità della tradizione popolare contro la mercificazione e la massificazione della globalizzazione. L’accurata descrizione paesaggistica e psico-sociologica viene arricchita dal gusto per la narrazione picaresca e barocca. L’universo meticcio appare portatore di una realtà superiore, in quanto non attraversata dalla frattura insanabile tra spirito e materia tipica della cultura occidentale.

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