SUL TEATRO DI VERDI E WAGNER #musica #opera #teatro

verdi wagnerCome anche i sassi sanno, visto che siamo appena usciti dalle corpose celebrazioni del bicentenario congiunto dei due pilastri del Teatro d’Opera dell’ottocento, Verdi e Wagner erano coetanei, essendo nati entrambi nell’anno di grazia (quantomeno per la musica) 1813. Oltre a questo, le similitudini tra i due geni della musica si fermano al fatto di avere entrambi dedicato la loro attenzione quasi esclusivamente al genere operistico e di averlo fatto animati dallo spirito rivoluzionario e nel segno del rafforzamento delle rispettive identità nazionali di appartenenza; nazioni, Germania e Italia, a loro volta accomunate da un percorso contemporaneo di unificazione. Proprio nel diverso approccio alle tematiche identitarie risiede una prima vistosa differenza tra i due grandi compositori: Verdi, ben lontano da ogni retorica e propaganda nazionalista, era mosso dalla necessità di affermare l’autodeterminazione degli italiani contro il dominio straniero e di creare una coscienza nazionale che fosse veicolo di convivenza solidale e giustizia sociale nella nuova Italia; Wagner era più interessato ad agire sull’inconscio, proponendo una metafisica dei simboli in grado di esaltare lo spirito tedesco, illuminandolo di un’aura messianica di governatore del mondo.

Questa differenza di approccio identitario – storicista di Verdi e mitologico di Wagner – si chiarisce maggiormente esaminando la differente ricerca teatrale dei due. Il Cigno di Busseto intendeva realizzare un teatro d’Opera che si inserisse, nobilitandola, nella tradizione moderna borghese, da Shakespeare a Hugo; per farlo, aveva bisogno di realizzare una sintesi tra parola e musica che potesse essere compresa nell’azione scenica. Da qui, l’ossessiva ricerca di un poeta per musica ideale, in grado di dare voce all’esatta idea teatrale del maestro. Wagner, più che al teatro come rispecchiamento civico, era interessato alla possibilità di creare, nel teatro, grazie alla sua innata multimedialità, l’opera d’arte totale. Il suo teatro, più che nella scena, si realizzava nella psiche del pubblico, attraverso la potenza evocativa del mito e della musica. Il flusso musicale che abbatteva le convenienze e le convenzioni teatrali non si preoccupava dell’immedesimazione e dell’intrattenimento del pubblico, il dramma veniva astratto e la parola, essendo parte integrante del flusso, non poteva che essere scritta dallo stesso pugno del compositore. Il teatro di Wagner è un ritorno alle origini, alla ritualità religiosa; quello di Verdi, si inserisce, rinnovandola, nella tradizione teatrale moderna.

In Wagner, il musicista prevale sull’uomo di teatro; le sue innovazioni, non a caso, se si eccettuano leitmotiv e fluidità rappresentativa, rivestono un interesse squisitamente musicale, per non dire sinfonico. Verdi, invece, ha realizzato una sintesi ineguagliabile tra musicista e uomo di teatro; il suo lavoro è nel segno della mediazione tra genio artistico e pubblico: ergo, è nel segno del teatro. Probabilmente, Verdi, nonostante la sua riluttanza ad ammetterlo, rimase impressionato dalla potenza orchestrale e dal flusso musicale di Wagner e rielaborò le innovazioni del suo linguaggio musicale, ma in funzione esclusivamente teatrale. Si potrebbe dire che Wagner sia più moderno e Verdi più contemporaneo, non solo per i suoi tempi, visto che il bussetano si contende con Mozart la palma di operista più rappresentato al mondo, con un numero di recite annue multiplo rispetto a Wagner.

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