TALKING HEADS #davidbyrne #rock #newwave

talking headsNato in Scozia, ma trasferitosi con la famiglia in Nord America all’età di due anni, prima in Canada e poi nel Maryland, David Byrne dopo il diploma si iscrisse alla prestigiosa Rhode Island School of Design di Providence, ma vi rimase per un solo anno. In questo lasso di tempo frequentò una coppia di giovani musicisti, la bassista Tina Weymouth e il batterista Chris Franzt, destinati a coniugarsi nel 1977, ma soprattutto a divenire tasselli fondamentali di uno dei progetti più originali e fecondi della scena pop-rock a cavallo tra i ’70 e gli ’80, i Talking Heads, fondati dopo il trasferimento a New York e allargati con l’inserimento dell’ex tastierista dei Modern lovers Jerry Harrison. La nuova band iniziò a muoversi sulla scena alternativa newyorkese, proponendo originali riletture di brani folk e blues e lavorando sulle idee che il vulcanico David Byrne iniziava a sfornare a getto continuo. La svolta arrivò nel 1977, con la pubblicazione di un singolo, una tournée come gruppo spalla dei Ramones e il folgorante album d’esordio Talking Heads: 1977. Una sequenza di undici brani, quasi interamente composti da Byrne, frenetici e felicemente paranoici, con testi in cui l’alienazione era mascherata dal gioco linguistico, dal nonsense, dal surreale; un suono ruvido ma ben strutturato, ottenuto distillando le emergenti sonorità Punk e New Wave con il Funk e la Disco e proposto in una chiave teatrale minimalista che guardava alla tradizione del Cabaret tedesco. Byrne, da frontman, risultava un alieno perfettamente mimetizzato nella metropoli, sospeso tra lo yuppie e il nerd; la sua figura emaciata e dinoccolata, affannata e ipercinetica, era la rappresentazione più credibile delle nevrosi della civiltà del benessere che la scena pop-rock avesse mai prodotto.

Il successo dell’album fu piuttosto modesto tra il pubblico, ma suscitò curiosità e apprezzamento tra gli addetti ai lavori e i critici. In particolare, si interessò dell’esordiente band newyorkese Brian Eno, ormai affermato come uno dei più raffinati musicisti e produttori della scena mondiale, dopo l’iniziale esperienza con i Roxy Music. Eno volle entrare nella produzione del secondo lavoro dei Talking Heads, More song about buildings and food, come musicista e come produttore. Se la struttura dei brani rimase in linea con il precedente, l’intervento di Eno si fece sentire nella sonorità che abbandonava le atmosfere naif e adrenaliniche dell’esordio per indirizzarsi verso rarefazioni ambientali e echi tribalisti, con ritrovate reminescenze psichedeliche e Krautrock. Un processo che si evidenziò soprattutto nei successivi due album, Fear of music e Remain in light, rispettivamente del 1979 e 1980, ancora prodotti con la collaborazione di Brian Eno. Sotto l’influsso dell’Afro-beat di Fela Kuti, la schizofrenia newyorkese finiva per essere esorcizzata da un tecnologico ritorno alle origini, nel segno di un primitivismo sofisticato, ma capace di mantenere il suo nocciolo di autenticità.

Finita la collaborazione con Eno, la band si prese una pausa di riflessione compositiva, chiusa dalla registrazione del live The name of this band is Talking Heads nel 1982. L’anno successivo, con l’autoprodotto Speaking in Tongues, probabilmente il loro maggior successo commerciale, pur mantenendo l’originalità che l’aveva contraddistinta, la band palesò una svolta verso un’orecchiabilità pop, restando comunque fedele al bagaglio di esperienze accumulate. Nella stessa direzione andarono i successivi Little creatures del 1985 e Naked del 1988, mentre con True stories del 1986, riadattamento in stile Talking Heads della colonna sonora composta da Byrne per l’omonimo film, da egli stesso scritto, diretto e interpretato, la band ritornò verso le atmosfere ambient e afro dei lavori prodotti da Brian Eno, ma in maniera più mediata in chiave pop. Dalla tournèe successiva all’uscita di Speaking in tongues, il regista Jonathan Demme trasse il film Stop making sense, uscito anche in versione album live. Con Naked l’attività della band si concluse, anche se lo scioglimento ufficiale avvenne tre anni più tardi. Durante e dopo l’esperienza con i Talking Heads, David Byrne ha portato avanti una carriera parallela, con lavori solisti, musiche per balletti e teatro, collaborazioni con importanti musicisti della scena elettronica ed etnica, culminate nel lavoro con Ryuichi Sakamoto e Cong Su per la colonna sonora de L’ultimo imperatore di Bertolucci del 1987, che gli valse il Premio Oscar di categoria.

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