LA CENSURA ALL’OPERA #musica #opera #censura

operaNata e cresciuta negli ambienti raffinati delle corti italiane ed europee del tardo rinascimento e del barocco, l’Opera in musica, nel suo primo periodo storico, non richiamò l’attenzione censoria delle autorità, essendo stata concepita ad uso e consumo dell’aristocrazia che deteneva saldamente il potere. Le cose mutarono nel corso del settecento per diversi motivi. Innanzitutto, la rivoluzione industriale aveva prepotentemente portato alla ribalta la borghesia, facendole rapidamente conquistare un ruolo egemone nell’economia. In secondo luogo, la diffusione delle idee dell’Illuminismo, che contestavano lo status quo e l’oscurantismo religioso, non avevano lasciato indifferenti musicisti e poeti. Infine, la nascita dei teatri a pagamento apriva a una fruizione dell’Opera in musica non più di esclusiva aristocratica, ma anche borghese e popolare. Non a caso, proprio in questo periodo si affermarono nuove forme di teatro musicale, accanto all’aulico Melodramma, come la Ballad-opera inglese, il Singspiel tedesco e l’Opera-comique francese, tutte di matrice popolare. Il potere politico iniziò a preoccuparsi che il teatro non si facesse veicolo per la diffusione di idee destabilizzanti per l’Ancien regime. Per tutto il settecento, il Melodramma rimase ancorato alla sua tradizione aulica e non diede particolari motivi di censura. All’Opera comica, ricettacolo di umori popolari, vennero invece imposti dei limiti tesi a garantire il rispetto per l’aristocrazia, per la religione e per il pudore. Più che generare interventi censori eclatanti, questo nuovo atteggiamento indusse i librettisti stessi ad espungere ed edulcorare le parti più irriverenti e scabrose. Emblematico, a questo riguardo, il certosino lavoro effettuato da Da Ponte e Mozart per non aver problemi con Le nozze di Figaro, oggetto di scandalo già nell’originale teatrale di Baumarchais per certe irriverenze nei confronti dei nobili e le implicazioni sessuali presenti nella trama.

Dopo gli sconvolgimenti della Rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica, i governi della Restaurazione si preoccuparono in maniera decisamente più sistematica del problema, vista anche la fisionomia di spettacolo di massa che l’Opera andava assumendo. Le forbici censorie ebbero un gran daffare all’indomani del Congresso di Vienna, perseguendo le direttive del rispetto dell’ordine aristocratico, della religione e del pudore con crescente pignoleria. In Italia, la frammentazione politica – con il Regno di Sardegna ai Savoia, gli austriaci a comandare direttamente sul Lombardo-Veneto e ad influenzare pesantemente i ducati tosco-emiliani e il Granducato di Toscana, il governo del Papa su Lazio, Umbria, Marche e Romagna e il borbonico Regno delle due Sicile al sud – favorì il pullulare di interpretazioni della censura che variavano di teatro in teatro. Questo particolarismo censorio tutto italiano sfociò in interventi decisamente grotteschi, coi quali, chi più chi meno, tutti i grandi compositori dovettero fare i conti. Così, per fare qualche esempio, Rossini ebbe problemi con la censura asburgica per l’abito talare di Don Bartolo nel Barbiere e per le morti violente in scena di Desdemona e Semiramide. Donizetti, dal canto suo, venne censurato dai borboni a Napoli per l’alterco scurrile tra le due regine nella Maria Stuarda e per le commistioni sentimentali e profane della tragedia martiriologica Poliuto. Bellini si vide addirittura cambiare, nei teatri papalini, il titolo della sua opera più conosciuta, Norma, in quanto termine usato nel diritto canonico.

Ma, neanche a dirlo, il più attenzionato dal potere fu Giuseppe Verdi. L’elenco delle opere verdiane fatte revisionare dalle censure italiche, quantomeno nel periodo preunitario, è lungo: dall’Oberto al Nabucco, dai Lombardi all’Ernani, dal Trovatore al Ballo in maschera. Asburgo, Papato e Borboni si scatenarono nel setacciare ogni riga dei libretti di Solera, Cammarano e Piave, alla ricerca di versi sconvenienti per l’ordine costituito o per la morale. Emblematica fu l’estenuante trattativa con la censura austriaca per la messa in scena veneziana del Rigoletto, tratto dal dramma, a sua volta bloccato dalla censura francese, Le roi s’amuse di Victor Hugo. Il bussetano fu costretto ad acrobazie d’ogni tipo per riuscire a salvaguardare l’intreccio drammatico, nonostante lo stravolgimento dell’ambientazione a cui l’aveva costretto la censura. Con la nascita delle democrazie liberali e il contemporaneo calo di popolarità dell’Opera, sostituita come fenomeno di massa dal cinema, le attenzioni della censura si allentarono. Episodi eclatanti si verificarono nei regimi autoritari, come avvenne per la Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Shostakovich, stroncata da Stalin in persona e, nonostante il successo di pubblico e critica, ritirata da tutti i teatri russi, per ricomparire, dopo una poderosa revisione, solo 25 anni più tardi, col titolo di Katerina Izmailova.

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