LA POLIVALENZA DELLA MASCHERA #simbolo #finzione #rappresentazione

pantomimaIl termine maschera presumibilmente deriva dal tardo-latino masca (strega), a sua volta di probabile derivazione germanica, attestato già in periodo alto-medievale e ancora presente nel dialetto piemontese. Tale termine, probabilmente sotto la suggestione della parola araba mascharat (buffonata), è lentamente passato ad indicare i travestimenti carnevaleschi e teatrali. Da qui l’accezione metaforica largamente più diffusa nella società contemporanea: la maschera come strumento di inganno, di doppiogioco, di opportunismo. Portare una maschera significa essere falsi, disonesti, traditori. Ma come ci hanno insegnato in tanti – da Schopenhauer a Nietzsche, da Freud a Pirandello – il rapporto dell’umanità con la maschera, sia essa intesa in senso metaforico o materiale, è piuttosto complesso e non può essere ridotto a semplice atteggiamento di convenienza. Sin dalla notte dei tempi, la maschera risponde alla necessità di vincere la paura per tutto ciò che trascende la volontà degli uomini; la sua origine è da ricercare nella sfera rituale, fuori dalla quotidianità. L’alterità della maschera non risponde alla necessità di essere altro (da sé) nelle relazioni sociali, ma di essere altro nei confronti della società stessa, in modo da poter comunicare con l’altro mondo, quello degli spiriti: lo sciamano indossa la maschera per estraniarsi dal mondo e comunicare con gli antenati; ai defunti viene posta la maschera per tenere lontani gli spiriti maligni, responsabili della decomposizione della carne; la maschera degli attori greci preserva la ritualità del teatro dalla mondanità del pubblico, in un gioco di velamento e disvelamento.

Con l’urbanizzazione diffusa e l’inevitabile promiscuità tra culto e quotidianità, la maschera ha perso progressivamente la sua valenza rituale per essere inglobata in una sfera puramente ludica, perdendo gradualmente la relazione con le sue originarie funzioni. In questo contesto si è formata l’accezione metaforica e negativa del termine. Ma, ad un’osservazione meno superficiale, anche questa accezione metaforica non può essere ridotta alla sola valenza negativa. La maschera non è solo quella dell’ipocrita che la indossa per questioni di calcolo e opportunità, ma anche quella che un po’ tutti indossano automaticamente ogni qual volta si rapportano al mondo. Il mestiere, ad esempio, è una maschera che si indossa per trovare un proprio ruolo nella società; il mestiere sostituisce la valenza apotropaica e ancestrale della maschera, come  strumento di difesa contro il mondo degli spiriti, con una funzione altrettanto apotropaica, ma laica e materiale, di difesa contro il baratro dell’emarginazione e della alienazione sociale. In pratica, ci si impone una parziale alienazione del sé per evitare un’alienazione sociale della persona. Mentre la maschera dell’ipocrisia è completamente autonoma dal vissuto reale del mascherato, il mestiere per forza di cose deve avere una certa aderenza con esso.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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2 risposte a LA POLIVALENZA DELLA MASCHERA #simbolo #finzione #rappresentazione

  1. albertomassazza ha detto:

    L’ha ripubblicato su Albertomassazza's Bloge ha commentato:

    #società #maschera #teatro #persona #verità #finzione #culto #sacro #antropologia

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