MALEDETTO PEPPINO! #giuseppeverdi #opera #maledizione

verdiChe il Peppino gliel’abbia proprio mandata a quel modo a Don Masini, in bussetano stretto, magari è leggenda costruita a posteriori dai compaesani, sull’onda emotiva del tragico evento nel Santuario della Madonna dei prati in cui, oltre a Don Masini, perirono altri tre preti e due cantori. Di questo fatto luttuoso non ci son dubbi sulla veridicità, ma una data precisa – il pomeriggio  di domenica, 14 settembre 1828 –  le generalità delle vittime e il rapporto linguisticamente elegante del pretore. Quel giorno, un violento temporale si abbattè su Roncole di Busseto e un fulmine penetrò nel Santuario, piombando improvviso sul coro dove preti e cantori intonavano i Vespri, arrostendo ogni cosa e lasciandosi dietro quei sei corpi inanimati. Il giovane Verdi, che avrebbe dovuto accompagnare la funzione all’organo, arrivò trafelato a disastro avvenuto, dopo che, essendo stato colto dall’infuriare del temporale durante il tragitto, si era rifugiato in una cascina di conoscenti ad attendere che si calmassero un po’ gli elementi.

L’altra storia  sarebbe avvenuta qualche anno prima, quando Peppino aiutava Don Masini a servir messa. L’enfant prodige della Bassa parmense, ogni qual volta percepiva il suono dell’organo della chiesa, si abbandonava subito alle sue fantasticherie musicali, dimenticandosi degli obblighi rituali e pregiudicando la solennità della liturgia. Così, il prete, un giorno che Peppino l’aveva combinata più grossa del solito, gli mollò un ceffone a piena mano, tanto da far ruzzolare il ragazzino per terra. Rialzandosi, il giovane Verdi, stando a ciò che si disse, dimostrò di aver già forgiato quello spirito da mangiapreti, ma profondamente rispettoso del sacro, che ne contraddistinse la personalità in età matura. “Cha ‘t vena ‘na sajéta”, gli avrebbe detto il Peppino, “Che ti colpisca un fulmine”.

Poi venne il terribile triennio milanese, con la morte dei due figli e della moglie Margherita. Il Peppino, dopo il promettente esordio dell’Oberto, si ritrovò a completare Un giorno di regno, un’opera comica commissionatagli dalla Scala, proprio a ridosso dell’ultimo e più terribile lutto. Tale stato d’animo non poteva che essere presago di esiti disastrosi; il tonfo fu tale che il bussetano si ripromise di non dedicarsi più all’Opera, intenzionato a ripiegare su una più modesta attività didattica. A distoglierlo da tali nefasti propositi, il libretto di Temistocle Solera, con quel coro capace di incendiare il suo latente sentimento patriottico: Va’, pensiero sull’ali dorate. E il pensiero andò, temprato dai ritmi da catena di montaggio degli “anni di galera”; e accanto al pensiero, il vero leit motiv del melodramma verdiano, non più vissuto sulla propria pelle, ma esorcizzato sulla scena: la maledizione.

Così dovevasi intitolare un melodramma, non uno qualsiasi, ma Rigoletto, apoteosi della maledizione in tutte le sue sfumature. Non gli è da meno Il Trovatore, con la maledizione sempre pronta a piombare sugli eventi e a farsi beffa della volontà dei personaggi. E che dire de La forza del destino, talmente impregnata di ineluttabile malasorte da trasbordare fuori dall’intreccio drammatico e gravare ogni sua messinscena di una minaccia di iettatura. Simile ad essa, cioé generata dalla ribellione ai voleri paterni, è la maledizione che piomba su Desdemona, per mano dell’amato Otello. A nulla vale il pentimento sincero di Violetta, traviata poco più che adolescente, alla quale il destino non concede una seconda chance. Ma è per Macbeth la beffa più sofisticata della malasorte: oracoli che annunziano la gloria si rivelano presagi di un’imprevedibile disfatta. E queste son solo le più esemplari evidenze: ad aver tempi più larghi e competenze più serie, si potrebbe andar avanti a lungo.

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