I MOTI DEL 1906 #cagliari #rivolta #carovita

moti 1906Il riordino dei dazi di consumo e la loro messa a regime come imposte statali, avvenuta nel 1864 ad opera dell’allora Primo Ministro Minghetti, deluse di molto le attese della popolazione, riguardo a un miglioramento delle condizioni di vita dopo il raggiungimento dell’Unità. I dazi di consumo erano imposte che gravavano sulla circolazione delle merci dal momento del loro ingresso nei centri abitati. Questi balzelli erano stati aboliti dallo stato centrale o trasferiti ai poteri locali nel corso dell’ottocento, ma le esangui casse del giovane stato portarono al ritorno di essi nell’orbita delle finanze statali. Ai comuni veniva dato un certo margine per sovrattassare i beni, ragion per cui i consumatori finali si trovavano a pagare i prodotti a prezzi superiori a quelli del periodo preunitario. Altre ragioni di malcontento generate dai dazi furono dovute al fatto che, gravando sui consumi, non avevano alcun rapporto proporzionale col reddito, finendo per colpire maggiormente le classi meno abbienti. Inoltre, la differenziazione dei comuni in chiusi (con popolazione sopra gli 8000 abitanti e necessità di importare i beni di prima necessità dalle campagne) e aperti (sotto gli 8000 abitanti e a vocazione spiccatamente rurale) diede luogo a polemiche per il diverso regime tributario a cui erano sottoposti i cittadini. Infine, l’incapacità dello stato e delle autorità locali di organizzare in proprio la riscossione rese necessario l’appalto a privati, contribuendo ulteriormente al rincaro dei prezzi e agli intrecci poco trasparenti tra politica ed economia.

Per decenni, a giudicare dal gettito decisamente inferiore alle stime, il popolo riuscì ad eludere i balzelli con scambi clandestini, ma, via via che l’organizzazione pubblica si andava stabilizzando, le possibilità di evasione diminuivano. Con la diffusione delle idee socialiste e del sindacalismo, il popolo prese coscienza della propria condizione di sfruttamento e, nel 1898, si ebbero i primi moti di rivolta a Milano e in molte altre città della penisola, da nord a sud. In Sardegna, nei primi anni del secolo, gli episodi di protesta e rivolta si concentrarono in particolare nei distretti minerari e sfociarono nello sciopero di Montevecchio del 1903 e nei tragici fatti di Buggerru del settembre 1904. L’eco di questi due eventi scosse la coscienza popolare della capitale dell’isola che, nonostante il tentativo di razionalizzare la riscossione dei dazi portato avanti dal sindaco Ottone Bacaredda, si trovava nella situazione ideale per palesare tutte le contraddizioni e incongruenze del regime tributario sui consumi. Così, nel 1906 crebbero le manifestazioni di protesta spontanee, da parte di svariate categorie di lavoratori e lavoratrici. La sinistra politica e i sindacati non riuscirono a portare la protesta sotto la loro egida e il 5 maggio alcune operaie della Manifattura dei tabacchi si diressero in delegazione al comune per chiedere al sindaco interventi immediati contro il carovita. Bacaredda, vedendo la scarsa delegazione, sottovalutò l’entità della rivolta (secondo certe fonti, irrise apertamente le operaie). Dopo un comizio spontaneo al Bastione di Saint Remy, divampò la rivolta e la folla decise di distruggere il casotto daziario di Giorgino, situato alla periferia occidentale della città, ma si dovette scontrare con l’esercito. Sulla terra rimasero due giovanissimi operai; tra i feriti, una cinquantina, molti adolescenti, appartenenti a quella particolare tipologia di scugnizzi cagliaritani denominati Piccioccus de crobi, dal nome della cesta che utilizzavano per il loro lavoro di facchinaggio alla stazione e nei mercati della città. Bacaredda si dimise e il ministro cagliaritano del governo Sonnino, Francesco Cocco-Ortu, invocò l’invio dell’esercito per sedare la rivolta.

La notizia della rivolta di Cagliari si diffuse rapidamente e, già nei giorni successivi, si ebbero tumulti nei centri limitrofi, come Quartu e Quartucciu. In breve divampò in tutta l’isola, con scontri violenti e morti a Gonnesa, Nebida, Villasalto, Siniscola e Bonorva. In alcuni casi, le autorità locali vennero messe in fuga e la popolazione si organizzò autonomamente. La repressione non si fece attendere e l’agonizzante governo Sonnino inviò navi militari con due compagnie di Bersaglieri ciclisti per raggiungere nel più breve tempo possibile tutti i centri della rivolta. L’ordine venne riportato ovunque e, con l’entrata in carica del III governo Giolitti, vennero attuate misure per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori del meridione, con aumenti salariali, riduzione degli orari, limitazioni del lavoro minorile e una più equa imposizione fiscale.

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