MERITO E FORTUNA #egualitarismo #meritocrazia #talento

nikeMerito e fortuna sono due termini che, nella percezione comune, vengono considerati privi di interrelazione, se non addirittura antitetici. Certo, quando qualcuno è accusato di dovere i suoi successi alla fortuna, specie in ambito sportivo, tende a rispondere che la fortuna bisogna meritarsela; e che dire di ciò che viene attribuito a Napoleone, ossia che si sceglieiesse i suoi luogotenenti tra gli ufficiali più fortunati. Per gli antichi, merito e fortuna erano le due facce della stessa medaglia: il merito non poteva risplendere se non era accompagnato dalla fortuna; la fortuna capitava solo a chi metteva in gioco con impegno il proprio talento: in pratica, a chi se lo meritava, dato che impegno e talento erano gli elementi che formavano il merito.

L’attenzione del Cristianesimo per tutto ciò che è debole e malato ha creato una frattura netta fra i due termini: il merito è diventato una questione dipendente dalla buona volontà più che dal talento, considerato, in quanto innato, coincidenza fortunata. Questa prospettiva ha permeato la sfera didattica ed educativa della società occidentale. Il meritevole per antonomasia, in questi ambiti, è colui che, nonostante la carenza di doti naturali, riesce ad ottenere il risultato grazie alla costanza del suo impegno. Poco importa che i suoi standard performativi siano decisamente inferiori al talentuoso che riesca ad ottenere lo stesso risultato con una migliore qualità formale e un risparmio di tempo ed energia. Senza considerare che anche la buona volontà può essere considerata una dote innata o comunque stimolata dal contesto socio-familiare in cui si è formato l’individuo.

Una tale visione, naturalmente, non poteva trovare ospitalità in tutti quei settori fortemente competitivi, come l’economia, lo sport, l’arte. Nessuno si sognerebbe di dare del meritevole all’impiegato che, pur mettendoci un tangibile impegno, ci facesse perdere il doppio del tempo per eseguire una pratica; come al volenteroso atleta che arriva sempre ultimo, nonostante si alleni il triplo degli altri, nessuno assegnerebbe una medaglia; per non parlare del presunto artista che portasse a compimento la sua opera in tempi biblici e priva dell’originalità dell’estro. In questi campi, il merito è relazionato più che altro al risultato, nelle sue evidenze qualitative e quantitative. In seconda battuta, si riconosce come più meritevole colui che raggiunge un risultato di qualità e quantità, pur non essendo partito da un contesto socio-familiare favorevole. La meritocrazia non può prescindere dall’efficienza; di conseguenza, gli ideali di giustizia ed uguaglianza passano in secondo piano anche in un sistema meritocratico.

Ben lungi dal voler trovare una definizione alla parola merito capace di mettere insieme talento, impegno, giustizia e uguaglianza, personalmente abolirei direttamente il termine. Merito ha un significato che si presta troppo facilmente a mistificazioni e strumentalizzazioni per poter essere considerato portatore di un significato chiaro e universalmente condivisibile. Ogni sistema meritocratico, anche il più perfetto, esclude sempre qualcuno. Alla sua scala di valori, basata su titoli e master, ne preferirei una basata sui contest dei talenti, tenendo sempre presente che, in fin dei conti, anche il merito è fortuna.

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