GEORGE GROSZ #avanguardia #espressionismo #artedegenerata

groszNato a Berlino nel 1893, dopo gli studi accademici ebbe modo di soggiornare, appena ventenne, in una Parigi in pieno fermento avanguardistico. Questa fondamentale esperienza è ben leggibile nei lavori del primo periodo creativo, in cui, accanto a un’evidente influenza dei pionieri Van Gogh, Toulouse Lautrec ed Ensor, è chiaro il tentativo di rilettura delle sperimentazioni cubiste e futuriste nella prospettiva della formazione di un proprio stile personale. In particolare, negli anni della Grande Guerra, alla quale partecipò per un breve e traumatico periodo, risolse il parossistico dinamismo dei futuristi italiani in presagio apocalittico e claustrofobico horror vacui (Metropolis, Esplosione, A Oskar Panizza). Il generico malessere esistenziale trovò una prima precisa identificazione nel 1917 con Germania, favola d’inverno, in cui alle già citate riletture cubiste e futuriste si aggiunse un gusto dadaista, movimento importato in quegli anni a Berlino da Zurigo, al quale Grosz aderì formalmente nel 1919. Parallelamente approfondì l’interesse politico e sociale, aderendo prima alla Lega Spartachista e poi al Partito Comunista Tedesco. La militanza politica e la corrosiva e radicale critica tendente a smascherare l’ipocrisia, la corruzione e la violenza nascoste dietro la trinità Dio-Patria-Famiglia, gli valsero processi, ammende e arresti. L’impegno sociopolitico gli consentì di superare l’iconoclastia Dada con esiti protosurrealisti (Schiavista bianco).

Dal 1920, dopo aver arricchito ulteriormente il suo bagaglio di influenze con la Metafisica di De Chirico (Senza titolo, Republica automatons, entrambi del 1920), Grosz, parallelamente ad Otto Dix e Max Beckmann, si orientò verso un verismo sociale (Strada di Berlino, 1922), destinato a sfociare nel movimento della Nuova oggettività con la mostra di Mannheim del 1925. A testimonianza di questo ritorno all’ordine della figuratività (mai del tutto abbandonata da Grosz) i ritratti dello scrittore Walter Mehring e del poeta Max Herrmann Meiss e l’autoritratto del 1927. Nei lavori più marcatamente sociali, il ritorno all’oggettività pura venne comunque ibridato da influenze surrealiste (I pilastri della società, Eclisse di sole, entrambi del 1926) e da retaggi dadaisti (L’agitatore, 1928). In queste opere, l’incombente deriva nazionalsocialista, favorita dalla complicità liberal-borghese e dall’inettitudine socialista, venne rappresentata con grottesca causticità e impressionante premonizione.

Nel 1933, con la Germania ormai nelle mani di Hitler, Grosz colse al balzo l’offerta di insegnamento di un istituto d’arte di New York per emigrare negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1959, anno della sua morte avvenuta pochi mesi dopo il ritorno a Berlino. La corrosiva critica sociale degli anni precedenti, che gli valse il bando nazista come arte degenerata nel 1937, venne stemperata negli anni americani in favore di una più rigorosa ricerca formale. Degni di nota furono alcuni lavori (Il sopravvissuto, Caino o Hitler all’inferno, Il ricercato), nei quali raggiunse una particolarissima resa sulfurea e metallica del colore.

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