RASKOLNIKOV E ACHAB, I NIPOTI DI AMLETO #archetipo #letteratura #postmoderno

Berthelemy-PrometheusA differenza del prototipo e dello stereotipo, l’archetipo è unico e inimitabile. Il prototipo perde l’unicità nel momento stesso in cui si realizza la sua ragione d’essere, il suo porsi come modello; il suo essere al mondo è in funzione della produzione di copie. Lo stereotipo addirittura nasce come prodotto di sintesi che si fonda su un’osservazione superficiale: non viene partorito dal genio, ma dal senso comune; non si preoccupa di avere attinenza con la verità,  ma spaccia per vera una realtà mistificata strumentalmente.

L’unicità e l’inimitabilità dell’archetipo giustificano il fascino da esso esercitato sull’immaginario degli uomini. Lo stolto che pensasse di poterlo imitare, tuttalpiù riuscirebbe a farne uno stereotipo; e lo stereotipo che non ha coscienza di esserlo, diventa ridicolo; lo stereotipo cosciente, invece, genera comicità. Quest’ultimo concetto dovette essere ben presente a Jules Laforgue e Giovanni Testori quando vollero confrontarsi con uno dei pochi archetipi letterari della modernità: Amleto.

Se si cercasse il confronto con Amleto senza parodie esorcistiche, rimanendo nell’ambito del tragico, senso dominante nell’opera aperta shakespeariana, non ci si potrebbe che mettere sotto la sua ala protettiva e permearsi del suo spirito. A mio parere, questo è il percorso intrapreso da Melville e Dostoevskij nella creazione dei loro personaggi Achab e Raskolnikov. Il genio letterario di cui erano dotati consentì loro di oltrepassare l’archetipo. Amleto (come Faust del resto, altro archetipo della modernità), sente ancora Dio; presagendo il massacro conseguente alla sua azione, vorrebbe suicidarsi, ma la legge di Dio glielo impedisce; e quando riflette sull’amaro destino d’essere stato chiamato per rimettere in sesto il mondo, implicitamente sta caricando la sua missione di un’aura divina.

Achab e Raskolnikov agiscono nell’assenza di Dio; intuendone la debolezza, vorrebbero detronizzarlo. Achab sfida apertamente ogni possibile manifestazione del divino, la irride, non ammette i limiti che essa vuole imporre. Raskolnikov vuole dimostrarsi di possedere una moralità superiore, tale da giustificare azioni da considerarsi delittuose per la morale ordinaria; vuole dimostrarsi di essere degno di appartenere alla schiera degli uomini straordinari, coloro che possono permettersi di calpestare le regole nella realizzazione dei propri disegni. Non siamo più nella modernità fondata da Amleto: Melville e Dostoevskij hanno fondato la contemporaneità, il post-moderno. Poco importa che l’esito delle deliranti epopee sia il furore apocalittico, con annesso omaggio citazionista dell’archetipo, del Moby Dick o l’espiatorio ritorno all’ordine di Delitto e castigo. Con le loro parabole, Achab e Raskolnikov colgono il vulnus che è all’origine della crisi del contemporaneo: il rapporto fuori controllo con la natura e le sue leggi. In questo, sono archetipi del post-moderno, ammesso che il post-moderno sia ancora capace di esprimere archetipi. E non tanto per la mancanza di narratori adeguati, quanto per un orizzonte mitico costipato di mistificazioni.

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